LANZAVECCHIA+WAI: IL DESIGN COME UN SOGNO SENZA CONFINI

Secondome intervista Lanzavecchia+Wai

Una a Pavia, l’altro a Singapore. Più che un sodalizio, un’alchimia che sfida le distanze e trova l’ispirazione nell’incontro di culture e approcci differenti. Francesca Lanzavecchia e Hunn Wai si incontrano nel 2006 alla Design Academy di Eindhoven, tre anni dopo fondano lo studio Lanzavecchia + Wai che, da allora, sfida le convenzioni del design con mobili, collezioni e oggetti che intrecciano ragione e sentimento, artigianato e industria, raffinatezza e gioco.

 

Chi Sono Francesca Lanzavecchia e Hunn Wai?
“Siamo dei sognatori, dei viaggiatori dei romantici razionalisti che vivono e cercano di costruire un “Brave New Word” senza barriere e confini”.

Uno studio diviso tra due paesi, lontani anzi lontanissimi, come riuscite a progettare a quattro mani?
“Dobbiamo ringraziare la tecnologia che ci fa sentire quasi seduti alla stessa scrivania: cloud, videoconference sono per noi all’ordine del giorno… E quando si tratta di dover controllare le proporzioni di qualcosa in scala reale, modelli fisici in entrambi gli studi da valutare e testare. Ovviamente fino a quando non avremo a disposizione il teletrasporto”.

 

 

 

Qual è il materiale con cui vi sentite più affini?
“Di volta in volta, da progetto a progetto ci innamoriamo dei materiali con cui lavoriamo e ci immedesimiamo nei materiali stessi. Anche il metallo, che credevo un materiale così lontano, se lavorato dalle mani giuste assume flessibilità e calore. Comunque, se proprio dobbiamo rispondere in maniera istintiva, per me (Francesca) è il tessuto: è il materiale più flessibile, simile non a caso al nostro tessuto sensibile più esteso, la pelle. Ed è il materiale con cui possiamo stabilire il rapporto più intimo e che può portare impressi i simboli della nostra cultura. Per me (Hunn), invece, è il legno; un materiale stratificato dal tempo”.

Nei vostri lavori c’è molta ricerca, ma anche la tradizione artigiana da ogni parte del mondo. Come affrontate un progetto?
“Partiamo sempre dalla conoscenza approfondita del contesto: sociale, produttivo, di utilizzo. Per farlo ci avvaliamo di quello che viene chiamato il lateral thinking; nutrendoci di informazioni che vengono dai campi più disparati dall’osservazione alle scienze umanistiche fino alle conoscenze tecnologiche. Nel corso della design research sviluppiamo anche un punto di vista ben preciso a proposito del tema o del progetto di cui ci stiamo occupando. Il prodotto finale di ogni ricerca è l’oggettivazione di tutte queste conoscenze e del nostro sentire”.

Qual è l’oggetto che avreste voluto disegnare?
“Ci stiamo occupando della progettazione delle vetrine per i negozi di Hermes a Singapore. Da tempo desideravamo fare un progetto in cui poter dare libero sfogo alla creatività senza limiti funzionali e di utilizzo. Un vero e proprio sogno ad occhi aperti”.

E l’oggetto che vorreste disegnare? 
“Vorremmo confrontarci di più con gli spazi progettando installazioni, interni, ambienti che portino poesia, leggerezza e gioco nel nostro quotidiano e che siano davvero capaci adeguarsi ai bisogni della nostra società e delle nostre vite in continua evoluzione”.