RACCONTAMI

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Maria Cristina Didero intervista Claudia Pignatale

Maria Cristina Didero: Raccontami. Com’è iniziata? Com’è iniziata la storia di un architetto laureato a Roma nel 2006 che ha poi deciso di fare il gallerista?
Claudia Pignatale: Non volevo fare l’architetto in Italia, non l’architetto in senso stretto. Mi interessano gli interni ed i pezzi di design; colleziono, raccolgo, metto via. Gli oggetti parlano e gli interni raccontano delle storie. Io volevo raccontare delle storie e al tempo stesso dar vita alla mia.

MCD: E allora piccola cosa volevi fare?
CP: Pensavo di fare l’architetto! Da piccola volevo fare l’architetto, andavo sui cantieri con mio padre che costruiva ascensori; lo prendevano tutti per matto con una bimba piccola lì con lui in un cantiere caotico e anche pericoloso... Lui rispondeva: “È lei che me lo chiede”.

MCD: Perché la tua galleria si chiama cosi? Mi sembra già un certo statement…
CP: Gli italiani dicono sempre secondo me. Cosi piuttosto che chiamare la galleria con il mio nome ho pensato che secondome - scritto tutto attaccato e ben prima dell’avvento degli hashtag - fosse una bella provocazione.                                                         Niente di personale | Giovanni Casellato 2014

MCD: Com’è nata la collaborazione con Fabrica?
CP: Per caso. Facevo le vetrine del mio primo spazio con degli artisti, ne venne a fare una anche Sam Baron, lo conobbi così. Gli dissi che mi interessava creare una collezione mia. Dopo una settimana (era febbraio del 2008, ricordo) mi chiamò e mi disse: “ho una collezione in cerca di una madre, la vuoi adottare tu?” La collezione era formata da 14 oggetti in vetro soffiato disegnati dai designer Fabrica; la presentammo un mese e mezzo dopo al Salone del mobile di Milano.

MCD: Qual è il tuo talento migliore?
CP: Abbinare i colori.

MCD: In che cosa credi?
CP: Nella determinazione e nella dedizione. Se vuoi puoi. La passione muove montagne.

MCD: Toscanini una volta scrisse un brano 62 volte e alle fine commentò: “potrebbe essere migliore”. Tu segui l’istinto o la ragione?
CP: Sarei portata a seguire solo l’istinto - e di solito o faccio - ma la ragione serve a mettere insieme i pezzi e a farli funzionare.

MCD: Il design è?
CP: Funzionale, esteticamente bello, sperimentale.

Dejàvu | 2013

MCD: La prima cosa che ti viene in mente quando senti la parola designer?
CP: I maestri non si definivano designer, è una parola recente che include molti ambiti quali moda, web, grafica; è una parola molto generica. Ma, in tutti questi ambiti, mi viene in mente comunque qualcuno in grado di dare forma alle idee - e questo lo trovo già meraviglioso.

MCD: Storico o contemporaneo?
CP: Contemporaneo - anche se tutto proviene dallo storico. Ci sono oggetti intramontabili che amo molto.

MCD: Mi indichi qualche pezzo per te intramontabile?
CP: La lista è lunga: ma sicuramente la Rocking Chair di Charls and Ray Eames, la Superleggera di Gio Ponti, la Chaise Longue di Le Corbusier, e poi la lampada Arco di Achille Castiglioni, la Egg di Nanna Dietzel ma anche il cactus di Gufram, il tavolo Quaderna di Superstudio. E ancora il coffee table di Eileen Grey…potrei riempire la pagina.

MCD: Tu che cosa hai nel tuo salotto?
CP: Un po’ di tutto. Da un cubo in silicone di Alessandro Ciffo al Mezzadro di Castiglioni. Un tavolino in carta origami di Michael Young e molti altri oggetti. Gli oggetti mi affascinano in maniera particolare, sono l’essenza del progetto in piccola scala. Secondo me, quando risolti, sono poesia pura.

MCD: Hai qualche pezzo in galleria che non potrebbe mai entrare a casa tua? Lo so, è una domandaccia, scusami.
CP: È difficile che ci sia qualcosa in galleria che non possa entrare a casa mia, ma a volte succede…
MCD: Ok manteniamo il segreto allora. Ma hai risposto comunque alla domanda.

MCD: Quanto ti amano i tuoi collezionisti?
CP: Spero abbastanza!

MCD: Immagino che una galleria con 10 anni alle spalle abbia diverse storie da raccontare: dimmi di un aneddoto in particolare, la storia più surreale che ti sia mai capitata lavorando al fianco di designer.
CP: Qualche anno fa Alessandro Ciffo, designer, auto-produttore, mi mostrò una poltrona straordinaria, frutto di pura sperimentazione; era tutta in silicone con un’anima gonfiabile. Un pezzo eccezionale. La presentai al Pad di Parigi, e la vendetti subito. Eravamo un po’ preoccupati, pensavamo scoppiasse come un palloncino, ma questa collezionista la voleva a tutti i costi. Dopo circa un mese mi chiamò e mi disse che la poltrona si stava sgonfiando. Panico! Partimmo per Lisbona, entrammo in questa casa principesca muniti di ogni armamentario per vedere di sistemarla al meglio. Fu bizzarro. Dissi ad Alessandro di cominciare a farne subito un’altra. Sostituimmo la poltrona alla collezionista portoghese, questa volta perfetta. Lei fu felice finalmente. Noi anche. Da li nacquero altri 12 nuovi pezzi unici, in silicone. E furono un successo.

PAD Parigi | 2011

MCD: Si dice che sei una delle galleriste con più senso dello humor: come mai le persone pensano questa cosa di te e soprattutto, ti ci ritrovi? E se ti ci ritrovi, perché?
CP: Davvero dicono cosi di me?
MCD: Sembra di sì, davvero!
CP: Credo che nella vita l’ironia sia indispensabile, non mi piace prendermi troppo sul serio.

MCD: Oscar Wilde disse: “bisogna essere seri almeno riguardo a qualche cosa, se ci si vuole divertire nella vita”. Tu sei seria nei confronti di che cosa?
CP: Sono seria sul lavoro - che però, fortunatamente, mi fa anche divertire molto. Sono seria nell’educazione di mio figlio Jacopo. Essere mamma è il lavoro più difficile al mondo.

MCD: Sicuramente il progetto più grande direi!
CP: Sì lo è. Jacopo è il mio critico numero 1. Nella vita, si sbaglia molto cercando di fare bene. In questo non si riesce ad essere perfezionisti.

MCD: Qual è l’ambizione della tua galleria? Nella tua biografia leggo: “vorrei che Secondome fosse un centro di attrazione e di attenzione al design per l'Italia centrale; vorrei portare Roma sulla scena del design internazionale. Quali i risultati raggiunti dalla tua galleria e soprattutto qual è la situazione attuale del design nella capitale?
CP: La galleria è solo uno spazio fisico, potrebbe essere ovunque. Mi piace pensare che sia più un’officina dove le idee prendono forma. Roma è una città difficile, poco incline al nuovo. Provo a mostrare un’altra prospettiva, spero di riuscirci.

MCD: Cosa vuoi raccontare con il tuo programma espositivo?
CP: Da sempre cerco di raccontare delle storie e per farlo, ho scelto la strada della produzione. In questo modo posso raccontare storie che appartengono a me quanto ai designer e agli artigiani che lavorano con tecniche tradizionali e innovative. È interessante pensare che ogni oggetto avrà una diversa fattura perché lavorato a mano, e lo è altrettanto pensare che in Italia la tradizione artigianale sia una delle più riconosciute al mondo. Ogni anno cerco di sperimentare qualcosa di nuovo.

DOC, Claudia Pignatale e Matteo Cibic | Progetto Piemonte Handmade 2017

MCD: Grandi maestri o giovani talenti?
CP: Non esiste l’uno senza l’altro. Io cerco di promuovere i giovani perché per loro non c’è mai abbastanza spazio, e perché con loro è molto stimolante lavorare. Spero che qualcuno di questi progettisti possa essere riconosciuto come un maestro, un giorno.

MCD: Hai un’opinione sul futuro del design italiano? E come sarà il design nel prossimo secolo?
CP: Il design italiano è ricco di storia. Spero che il futuro sia dei giovani. In merito alla tua seconda domanda, magari sapessi rispondere! Purtroppo non so prevedere il futuro. Ti potrei dire come mi piacerebbe che fosse.

MCD: Come ti piacerebbe che fosse?
CP: Meno lezioso, lontano dal passato. Più autentico e con meno “copia e incolla”.

MCD: Platone disse che ”la vita senza ricerca non vale la pena di essere vissuta”. In qualità di gallerista - categoria che infatti dovrebbe fare ricerca - cosa commenti?
CP: Sono d’accordo con Platone (sorride). Oggi sta alle gallerie fare ricerca e sperimentazione. La sperimentazione ha bisogno di tempo e di tanta passione oltre che a finanziamenti, ma non sempre quello che si sperimenta ha un riscontro immediato. A volte i progetti ci mettono anni a essere apprezzati, capiti. Bisogna avere pazienza e tenacia. E credere in quello che si fa.

MCD: Gli stati generali del design oggi?
CP: Nell’industria, tranne alcune piccole eccezioni, si cerca di seguire il mercato, di rischiare il meno possibile e questo blocca appunto la ricerca e la sperimentazione. Credo che negli anni ‘70 e ‘80 si fosse più inclini al rischio. Molti capolavori, pezzi iconici del design, vengono da quella ricerca, da quella voglia di nuovo. Oggi viviamo un periodo di stallo, non so se imputabile solo alla crisi economica. Ho paura dei progetti fini a se stessi ed anche dei remake.

MCD: C’è una frontiera invalicabile in ciò che fai di mestiere?
CP: Provo a non pormene.

MCD: La tua icona?
CP: Maddalena De Padova.

MCD: L’icona non riconosciuta?
CP: Mia madre.

MCD: Non c’è nulla di peggio che rispondere bene alle domande sbagliate? Quanto pensi prima di rispondere tu?
CP: Poco. Sono una persona istintiva - ma forse sbaglio.
MCD: L’istinto è determinante nella vita. Secondo me non sbagli.

MCD: Come ti poni nei confronti dei tuoi designer? Una madre, una amica, una scocciatura…
CP: Forse come una zia (sorride). A volte un’amica e anche un po’ mamma sì, anche quello… Ma certo sì, anche una scocciatura. Mi piace molto quando mi chiamano per chiedermi “di chi è questo?” o “a che somiglia quest’altro?” Ma anche quando mi chiedono consigli per pezzi che non sono destinati a me.

MCD: È vero che fare il gallerista al giorno d’oggi è quasi una missione? E se è vero, qual è la tua missione?
CP: Sì lo è, è una vera missione! Mi piacerebbe che i miei pezzi fossero riconoscibili. Vorrei che guardandoli si possa pensare: Questo è di secondome.

MCD: Che cosa è essenziale nel design di oggi?
CP: La qualità.

Hunn Wai, Maria Cristina Didero, Claudia Pignatale, Francesca Lanzavecchia e Mauro Bonizzoni

MCD: Che cosa è essenziale per te?
CP: La qualità.

MCD: Cosa pensi del tuo futuro e del tuo mestiere nel futuro?
CP: Vorrei continuare a fare scoperte e consolidare quelle già fatte. Il mio mestiere sarà sempre più quello di mettere insieme le maestranze, i designer, gli artigiani. Provo a fare in modo che questo lavoro sia capito e riconosciuto.

MCD: Dai dimmi chi è il designer che ammiri di più, quello con cui sei più in sintonia.
CP: Sono in sintonia con tutti i designer con cui ho avuto la fortuna di lavorare.
MCD: E va beh, cosi è troppo facile!
CP: Ma per rispondere alla tua domanda ti dirò con chi mi piacerebbe lavorare in futuro: con Ron Arad. Credo che abbia fatto una piccola rivoluzione nel mondo del design e dell’autoproduzione.