STUDIO 54, IL DESIGN CHE CAMBIÒ IL NIGHTCLUBBING

Di Secondome

Oggi è normale associare le parole design e discoteca, ma nel 1977, quando apriva le porte per la prima volta a Manhattan lo Studio 54, l’incontro di architettura e nightclubbing era ancora qualcosa più che roba da pionieri.

Negli anni Sessanta c’era stata l’onda lunga delle discoteche tirate su in Italia dal Radical design, citate ancora adesso in tutto il mondo come esempi di spazi in cui un pensiero architettonico non mainstream, l’arte e la cultura del tempo libero si legavano in un unicum inscindibile. Ma ci vuole lo Studio 54 (e la discomusic vera e propria, nata negli anni Settanta) perché l’interior design compia un passo in più verso la spettacolarizzazione del dancefloor, concepito come un vero e proprio spazio teatrale in cui muoversi e celebrarsi come protagonisti di un copione patinato anche solo il tempo di una notte.

Gianni Arnaudo

Una (bella) mostra al Vitra Design Museum di Weil am Rhein, vicino a Basilea, fino al 9 settembre, è l’occasione perfetta per ripercorrere quella stagione d’oro che ha i suoi prodromi nel Radical design italiano e arriva almeno fino all’inizio del Duemila.

Paolo Mussat Sartor

In Night Fever. Designing Club Culture 1960 – Today non poteva non trovare spazio la storia dello Studio 54. Una storia che interessa gli appassionati di interior per due motivi: per l’architettura del club, ovviamente. Ma anche perché Ian Schrager, titolare e padre del locale con Steve Rubell, è lo stesso imprenditore che negli anni Ottanta si lancia nel mondo dei boutique hotel fino a diventare il guru riconosciuto di questa forma di ospitalità di lusso, lontana dal gusto delle grandi catene alberghiere. Anticipando le tendenze, Schrager (con Rubell) porta nel mondo delle discoteche quell’approccio scenografico che, poi, caratterizzerà anche gli hotel a tema e d’atmosfera dove il piatto forte sono proprio l’architettura e il design.

Rod Lewis

Ecco, allora, lavorare per lo Studio 54 due architetti quotati dell’epoca come Ron Dowd, appassionato di Art Deco, e Scott Bromley. E poi un lighting designer (Brian Thompson) e un flower designer (oggi si chiamerebbe così) Renny Reynolds. Lo Studio 54 fu completato in un mese e mezzo. Il produttore di Saturday Night Fever, Robert Stigwood, chiese di poter girare il film nel locale in costruzione, ma Schrager disse di no, perché Stigwood avrebbe voluto prendere il controllo dei lavori. Affinché la pista dello Studio fosse qualcosa di originale e mai visto, il pool di architetti la separò dal resto dei locali, proprio come il palco di un teatro è separato dalla platea.

Gustav Volker Heuss

L’illuminazione, poi, doveva essere morbida ed elegante per accentuare il design e le forme architettoniche: vi lavorarono due eccellenze come Jules Fisher e Paul Marantz e il risultato – niente luci stroboscopiche ma fari aeroportuali che illuminavano le figure umane in stop-motion – fu quell’atmosfera a metà tra una pista e un palcoscenico. La stessa atmosfera in cui Bianca Jagger si calò un giorno, in sella a un cavallo bianco, per festeggiare il suo compleanno.