SESSANT’ANNI DI GUGGENHEIM, LA “PALLA DI FANGO” CHE CAMBIÒ L’ARCHITETTURA

di Secondome

Una festa in piena regola, per celebrare l’architettura e il design attraverso un capolavoro che, in questo 2019, compie sessant’anni. Apriva le porte il 21 ottobre del 1959, il Solomon R. Guggenheim Museum di New York, lungo quel Museum Mile nell’Upper East Side che è la zona al mondo con la più alta concentrazione di istituzioni culturali. Da allora, la ziqqurat rovesciata di Frank Lloyd Wright è una tappa imperdibile per gli appassionati di arte e architettura, e lo sarà a maggior ragione quest’anno, con un calendario speciale che prevede l’apertura sette giorni su sette, interventi di storici e critici, mostre dedicate e una serie di tour guidati alla scoperta della storia e dell’architettura di questo edificio simbolo.

Un simbolo acquisito non soltanto della Grande Mela, ma anche delle sfide che l’architettura può intraprendere contro le convenzioni e il gusto dominante. Oggi che il Guggenheim fa parte – dal 2008 – del National Historical Landmark americano, ed è candidato – dal 2015 – a entrare nella World Heritage List dell’Unesco, è difficile immaginare che i vent’anni in cui Lloyd Wright portò alla luce il suo capolavoro furono punteggiati di polemiche e invettive contro il progetto che via via si svelava alla città. Quella lanciata da Lloyd Wright era in effetti quasi una provocazione: la sua creatura fu pensata come un organismo volutamente estraneo ai principi architettonici di Manhattan, che l’architetto non amava. Dalla forma al materiale impiegato, il cemento armato, tutto collocava il progetto anni luce distante dall’estetica del blocks della Grande Mela. E infatti le polemiche non tardarono ad arrivare. “Molto prima della sua apertura, il Guggenheim divenne un argomento di pubblico dominio. Giornalisti, critici e semplici cittadini si sbizzarrirono per trovare il nickname più adeguato: ‘Un piatto di fiocchi d’avena capovolto’, ‘una lavatrice’, ‘un lavatoio’, ‘un grande, bianco congelatore per gelati’, un ‘orribile avocado-burger hollywoodiano'”. Lo ricorda Gabriele Neri in un bel libro di pochi anni fa scritto per i tipi di Quodlibet, Caricature architettoniche, che vale la pena citare ancora: “In un noto articolo pubblicato sul New Yorker, Lewis Mumford lo associò a ‘un gigantesco porta-pillole’, mentre comuni erano commenti come il seguente, tratto dal New York Mirror: ‘Il museo è una delle mostruosità più raggianti di Frank Lloyd Wright. All’esterno sembra una palla di fango. Questa specie di alveare non è adatto a nessun luogo di New York. Beh, eccolo, un edificio che dovrebbe essere messo in un museo per mostrare quanto è folle il ventesimo secolo”.

 

Non solo: per Wright fu molto difficile ottenere il benestare delle autorità competenti, dal momento che l’edificio violava in svariati punti la normativa del regolamento edilizio locale.

Sempre Neri ricorda il titolo del New York Times del 25 ottobre 1959, pochi giorni dopo l’inaugurazione del museo, che sintetizzava tutte le critiche all’opera con un ricorrente gioco di parole, ispiratore anche di alcune vignette satiriche: ‘That Museum: Wright or Wrong?’. Il sottotitolo aggiungeva: ‘È un museo, o un monumento a Mr. Wright?’.

Insomma, le polemiche e la satira contro i progetti di archistar contemporanee considerati sopra le righe non sono esattamente una novità, piuttosto, come rivelano queste vicende, la replica di un copione vecchio almeno di sessant’anni. Un copione che si può ripercorrere fino al 31 dicembre proprio al Guggenheim di New York, lungo la Quinta Strada, magari gustando una delle portate che il ristorante The Wright, ospitato nel museo, servirà in questi mesi, dedicate ai fondatori del museo e allo stesso Lloyd Wright.

Photo: David M. Heald
© The Solomon R. Guggenheim Foundation, New York