PERCHÉ SONO TORNATI I COLORI DI MEMPHIS

di Secondome

In principio fu Memphis: un’esplosione di colore e grafiche Kitsch che doveva rompere gli equilibri del minimalismo spingendo sul pedale dell’eccesso. Quel filo non s’è mai spezzato: piuttosto, è rimasto sottotraccia o riemerso in altri mondi, per esempio il fashion. Oggi, quarant’anni dopo, riaffiora in allestimenti arditi che provano ad andare oltre l’amarcord, riportando in voga uno stile che, nel frattempo, è diventato un linguaggio in grado di mettere in comunicazione design e architettura attraverso le forme più raffinate di urban art.

Sasha Bikoff | Kips Bay Decorator Show House

I zig-zag, i pois, i ghirigori, i triangoli piramidali ritornano per esempio nel progetto di Sasha Bikoff per il Kips Bay Decorator Show House, le scale di un edificio newyorchese che ogni anno dal 1973 sono affidate a un interior designer diverso per un progetto benefico che punta a raccogliere fondi per il doposcuola dei bambini della Grande Mela. Quello di Bikoff è un vero e proprio sogno in technicolor, una vertigine mozzafiato e zeppa di riferimenti al postmodernismo italiano che la designer americana dichiara di amare. E forse non è un caso che sia italiano (e spagnolo) lo studio ilmiodesign che ha firmato il Paradiso Ibiza Art Hotel ispirato nella palette a Ettore Sottsass. Un albergo che pesca indietro fino a Memphis con in mente un obiettivo ben preciso: l’”instagrammabilità” degli interni e degli spazi outdoor.

Camille Walala | Paradise hotel 

a spettacolarità delle immagini e la loro fotogenicità hanno, in effetti, dato una spinta fortissima al rilancio dei colori di Memphis come quelli dell’Art Deco. Se il valore di un progetto d’interni si misura – e, che piaccia o no, ormai è così – anche o soprattutto dalle sue performance on line, allora le palette irriverenti, giocose e ironiche degli anni Ottanta sono perfette per lasciare il segno. Meglio ancora se mischiate a segni che rimandano, per esempio, alla tribù Ndebele del Sud Africa a all’arte di Victor Vasarely, come succede in certi artwork potenti e immaginifici di Camille Walala.

Si tratta, probabilmente, della designer che più di tutti, e con forza, sta ripescando i codici di Memphis provando, allo stesso tempo, a spingersi oltre il semplice ricordo e l’omaggio calligrafico. Il tratto di Walala è inconfondibile: un segno optical e psichedelico che mischia suggestioni diverse. Definire graphic designer la creativa nata in Francia e attiva da Londra in tutto il mondo – ha collaborato anche con Armani, lavorando a una campagna pubblicitaria – è come minimo riduttivo: i suoi interventi sono una rilettura dello spazio attraverso design, grafica e architettura mescolati in una cifra tale da generare un risultato in cui ogni singola componente non è separabile, ma va letta nel complesso.

Camille Walala | Villaggio in Tanzania

E questo sia che si tratti di un boutique hotel a Mauritius o di un intero villaggio in Tanzania sia che la mano dell’artista sia passata sulla facciata di un ex edificio industriale a Brooklyn. Il migliore omaggio che si rende ai maestri, insomma, non è semplicemente riprendere il loro linguaggio, ma portarlo nel proprio tempo. Possibilmente, guardando al futuro.