OSVALDO BORSANI, LA RISCOPERTA DI UN GENIO

di Secondome

Tutti vogliono Osvaldo Borsani. Lo celebra il Triennale Design Museum a Milano con una retrospettiva di trecento arredi e quattrocento immagini, tra cui schizzi originali, allestita nientemeno che da sir Norman Foster. Lo riscopre la Design week milanese che a metà aprile ha aperto Villa Borsani a Varedo per un progetto a cura di Ambra Medda che prosegue fino a settembre. E lo riportano sulla breccia – se mai il grande architetto e industriale abbia mai smesso di influenzare il design mondiale anche dopo la sua morte, nel 1985 – Britt Moran ed Emiliano Salci: il duo di Dimore Studio ha appena aperto gli spazi della gallery in via Solferino 11 a una serie di pezzi unici firmati Borsani e realizzati tra gli anni 30 e 60, prima cioè che il genio visionario desse vita all’azienda Tecno. Sono mobili bar in legno e vetro dipinto a mano, specchi in legno laccato e dettagli in foglia oro, consolle in noce e mogano, lampade da terra, poltrone, librerie modulari… tutti pezzi di una fase segnata da una grande sapienza artigiana tipica dell’atelier di Varedo e frutto delle influenze creative legate alle collaborazioni avviate con importanti artisti italiani di quegli stessi anni. Più in là, al tempo appunto della Tecno, sarebbe arrivata la produzione più industriale, anche quella destinata a fare la storia del mobile e del design. Per esempio con Graphis, il sistema componibile che nel 1968, in piena contestazione studentesca, rivoluzionò l’arredo per ufficio e finì imbrattato durante l’occupazione di quella stessa Triennale che ora rende omaggio al maestro.

Ma perché questa riscoperta? Innanzitutto per un desiderio dei discendenti dell’industriale, come è ovvio. Dice il nipote di Borsani, Tommaso Fantoni, che ha collaborato con Foster all’allestimento: “Era una cosa che volevamo fare da tanto tempo, abbiamo fatto fatica a scegliere cosa esporre”.

Ma è tutto il mondo del design a reclamare da tempo una retrospettiva come quella del Triennale Design Museum. Borsani, infatti, incarna perfettamente la sintesi tra le due caratteristiche che hanno fatto grande il design italiano: da un lato la sartorialità e la cura del dettaglio, dall’altro l’aspetto industriale. Consideriamo la Villa di Varedo. Come ha spiegato Ambra Medda, basta camminare tra le sue stanze, per capire quanta attenzione è stata riservata a ogni dettaglio e ai materiali, negli interni come nel giardino. Quella di Varedo è la casa di un architetto, “pratica ed equilibrata, eppure sublime. Si ha davvero il senso di come, nel suo lavoro, Borsani non sia mai sceso a compromessi sulla qualità o sulla funzione”.

 

 

Da Dimoregallery, l’omaggio a Borsani avviene collocando gli arredi su un’unica grande pedana, ponendo l’attenzione su ciascun pezzo e rendendolo come protagonista della scena, mentre schizzi originali fanno da contrappunto ai mobili. Il tutto all’interno di una scenografia d’autore, firmata dal duo che più di chiunque altro, in questi anni, ha saputo calare i pezzi del genio lombardo in un mondo onirico e ancora più visionario.

 

 

 

 

 

 

Ph Silvia Rivoltella per Dimore Gallery