LA BIENNALE “POLITICA” DEL FREESPACE IN CINQUE PADIGLIONI

di Secondome

L’agorà pubblica che l’Europa non ha e dovrebbe darsi. Muri che cadono e ponti che collegano spazi e culture. Corridoi angusti che simboleggiano la scarsità del suolo pubblico rimasto a disposizione dei cittadini. E poi ancora complessi di edilizia popolare fatiscenti in corso di abbattimento ma che si vogliono salvare. Si scrive Freespace, si legge politica: una politica nel senso più alto e nobile della parola.

Non era scontato che dopo la Biennale diretta da Alejandro Aravena, l’archistar che ha a cuore le favelas, un’altra rassegna “impegnata” si sarebbe dipanata tra l’Arsenale e i Giardini della Laguna. Invece è andata proprio così: nei suoi allestimenti più riusciti, la Biennale di Grafton, lo studio irlandese delle curatrici Yvonne Farrell e Shelley McNamara, finisce per lanciare al mondo un messaggio in bottiglia che parla di democrazia, di barriere da abbattere, di convivenza civile. Tutte conquiste che l’architettura può e deve contribuire a raggiungere.

Unbuilding walls © Jan Bitter – Padiglione tedesco

Intendiamoci: il tema scelto da Grafton, Freespace, è stato interpretato dai sessantatré Paesi e dagli studi di architettura ospiti in maniera profondamente diversa l’una dall’altra. E spesso con modalità più classiche – plastici, modelli – che non attraverso le installazioni e il loro linguaggio emozionale cui ci siamo abituati da tempo. Se però una linea emerge tra le tante, è proprio quella di un appello a recuperare l’architettura come strumento per assicurare al mondo spazi di qualità e di libertà. Il Freespace di Grafton, perciò, il tema che le due architette hanno lanciato un anno fa con un Manifesto e assegnato ai partecipanti, rappresenta davvero”la generosità di spirito e il senso di umanità che l’architettura colloca al centro dell’agenda”, “l’invito a riesaminare il nostro modo di pensare, stimolando nuovi modi di vedere il mondo e di inventare soluzioni in cui l’architettura provvede al benessere e alla dignità di ogni abitante di questo fragile pianeta”.

Ma come viene interpretato il Freespace in questi allestimenti “politici”?

Eurotopie © Philippe Braquenier – Padiglione belga

Il Belgio, innanzitutto, ha trasformato il suo padiglione in una piazza blu come la bandiera europea, strutturandola con una serie di gradoni da attraversare da una parte all’altra ed evocando quell’agorà pubblica, votata al confronto tra Stati e popoli, che probabilmente l’Unione in crisi non ha mai avuto. Non a caso l’installazione si chiama Eurotopie.

Ai muri che cadono e agli spazi da ricucire che lasciano, e dunque a un mondo tutto da esplorare per l’architettura, è dedicato invece l’allestimento della Germania Unbuilding Walls, che peraltro recupera il filo dell’ultima edizione, quando Berlino si concentrò sull’integrazione degli immigrati. Con spirito simile, l’Ungheria racconta in Liberty Bridges il sogno dell’inclusione europea ricreando un ponte che conduce i visitatori in cima al padiglione.

Non meno impegnato è il padiglione francese, in cui i curatori di Infinite Places ricreano uno spazio fisico e metaforico che rimanda allo scambio culturale e libero da condizionamenti, a partire da quelli economici. In pratica, l’allestimento racconta dieci architetture abbandonate e riconquistate da cittadini che li hanno trasformati in seconda casa.

Infinite Places © Irene Fanizza – Padiglione francese

Quasi commovente, fuori dai padiglioni nazionali, è poi il progetto speciale a cura della Biennale con il Victoria and Albert Museum che ricrea nella facciata della Sala d’Armi all’Arsenale una porzione dei Robin Hood Gardens, il complesso di case popolari sorto a Londra negli anni 70 in stile brutalista e in corso di abbattimento. E se non è politica una Biennale che celebra Robin Hood e le sue case…