L’ALTRA RIVOLUZIONE FRANCESE, QUELLA DEL DESIGN

Di Secondome

È stata una rivoluzione, simile a quella che qualche anno prima aveva innescato il Bauhaus in Germania. Senza l’Union des artistes modernes non sarebbe immaginabile molto del design contemporaneo. O, almeno, non sarebbe immaginabile come lo conosciamo adesso. Perché da quel collettivo di architetti e designer che nel 1929 lanciò a Parigi il manifesto di un’arte nuova, sociale, che ricorresse all’industria e bandisse “tutto ciò che fa ricco” o “viene dalla nonna”, è nata una nuova idea del rapporto tra forma e funzione, tra uso ed estetica. Un’idea che ancora adesso è alla base della progettazione dei mobili, degli interni, dello spazio. Una creatività che riduce il decor e fa scaturire la bellezza dalle linee piane, geometriche, essenziali e pure e sposa il cemento armato.

Charlotte Perriand, bibliothèque de la Maison de la Tunisie, 1952

Ma che cosa è l’Union des artistes modernes che una mostra al Centre Pompidou sta per celebrare con una retrospettiva importante, Uam, Une aventure moderne, dal 30 maggio al 27 agosto? Tutto inizia da una piccola, ma importante, secessione. Nel 1929, a Parigi, dalla Societé des artistes décorateurs si stacca una costola guidata da Robert Mallet-Stevens cui via viasi aggiungeranno figure come Jean Prouvé, Le Corbusier e Charlotte Perriand. L’obiettivo è dare vita a “un’arte veramente sociale, adeguata al progresso e capace di integrare le forme e le tecnologie industriali odierne contro il classicismo e la tradizione”. La prima uscita del collettivo è al Pavillon de Marsan nel 1930: “Bisogna insorgere prima di tutto contro ciò che ‘fa ricco’ o è ‘fatto per bene’ o ‘viene dalla nonna’, imporre la volontà dove si invoca l’abitudine e vincere l’abitudine dell’occhio”.

Robert Mallet-Stevens, Hall, pubblicato in Une ambassade française, Paris

Sono gli anni in cui Jean Prouvé lavora alla sedia Standard ricavando l’estetica dalla funzione e Pierre Chareau definisce le sue geometrie lineari. Sono gli anni di Robert Delaunay, di Le Corbusier, di Pierre Jeanneret e di André Lurçat. Un anticipo di modernità che fa piombare sul gruppo accuse di “degenerazione”, “macchinismo” e “bolscevismo”. La replica arriva nel 1934 con il manifesto Per l’arte moderna, dove il collettivo stabilisce i principi fondamentali di una modernità che deve ricorrere ai progressi tecnologici e ai nuovi materiali per creare “forme felici che saranno prodotte in serie”, “linee pure, sobrie, raffinate e, per così dire, pure di questa arte moderna, l’ambientazione della nostra vita”.

L’Union resterà attiva con una pausa dovuta alla Seconda guerra mondiale fino ai tardi anni Cinquanta. Una storia lunga quarant’anni ma che dura ancora adesso.