IL SECOLO BREVE DELLE ICONE

di Secondome

Tra la moka inventata da Alfonso Bialetti nel 1933 e il moscardino di Giulio Iacchetti e Matteo Ragni, la posata che è insieme forchetta e cucchiaio disegnata nel 2000 per Pandora, ci sono sessantasette anni. In mezzo, tutto il tempo del miglior design italiano. Gli anni in cui creativi e brand hanno dato vita ad oggetti belli, utili e gratificanti. In una parola: icone.

Potremmo chiamare quegli anni il secolo breve delle icone. Ed è un secolo ormai finito. È la tesi che Chiara Alessi sviluppa nel suo ultimo saggio, che è insieme un romanzo familiare e un’inchiesta sul design. Curatrice, storica e docente al Politecnico di Milano, Chiara è prima di tutto discendente di due famiglie storiche dell’imprenditoria italiana: da un lato i Bialetti della moka, dall’altro gli Alessi dei casalinghi. Due famiglie che a un certo punto della storia si sono imparentate generando design su design, storie su storie. Chiara conosce dunque quelle storie sia in prima persona sia come studiosa. E quindi il racconto che esce fuori dal suo “Le caffettiere dei miei bisnonni” intreccia due livelli, uno più intimo e sentimentale, l’altro scientifico.

Ma perché il design italiano ha smesso di produrre icone come lo sono state e lo sono ancora lampade come la Arco dei Castiglioni, Tizio di Richard Sapper o il sacco di Zanotta? La prima risposta che saremmo tentati di dare è che è ancora troppo presto per giudicare i prodotti degli ultimi anni e capire se in effetti non diventeranno icone più in là. Ma non è così, perché ci sono icone del passato che lo sono diventate subito. L’altra possibile ipotesi è che non ci si appassioni più agli oggetti come ci si appassionava una volta. “Tutt’altro” ribatte Alessi. Il punto, spiega, è che “oggi più che mai funzionano quelle ‘cose’ che non necessariamente devono funzionare e durare, ma sanno dare delle emozioni, anche istantanee, forti”. È come se non chiedessimo più agli oggetti di assolvere a una funzione precisa o di durare a lungo. Succede così, per esempio, che più dell’i-Phone sia iconica la fila all’alba per accaparrarsi il nuovo modello di Cupertino.

 

In questo mondo in cui le emozioni prevalgono sulla funzione e il sentimento è dettato dalla forma, la scomparsa delle icone è dunque una conseguenza quasi dovuta. Perché non crediamo più che un oggetto possa modellare il futuro come accadeva una volta con una radio, una poltrona o un mobile. Viviamo un eterno presente in cui il futuro non ha posto o è incerto, e quindi non riusciamo a immaginare strumenti che lo definiscano. “Gli autori delle nostre icone” spiega Chiara Alessi “lavoravano immersi nel loro presente, erano in grado di instaurare relazioni con esso, ma le loro idee non coincidevano perfettamente con le istanze del tempo, anzi è proprio in quello scarto che si inseriva l’oggetto. Il quale, impersonando questa distanza, la poteva raccontare. I loro sforzi sarebbero stati sostenuti anche più in là”. Come dire: torneremo a produrre icone, quando torneremo ad avere un futuro. Almeno uno da raccontarci.

 

 

Immagini: Courtesy of Museo Alessi e Famiglia Alessi

Grafica: Yoshiko Kubota