GIO TIROTTO, RITO E MITO NEL DESIGN

GIO TIROTTO, RITO E MITO NEL DESIGN

Secondome intervista Gio Tirotto

Il progetto prima di ogni cosa. Il design per emozionare. L’arte come un faro. Abbiamo rivolto qualche domanda a Gio Tirotto.

Chi è Gio Tirotto?
“Gio Tirotto è un artigiano dell’idea”.

Che cosa vuol dire oggi essere un designer?
“Significa credere tanto nel progetto, cioè nella profonda importanza che il contenuto progettuale ha all’interno della logica realizzativa. Questa credo sia l’unica strada possibile per arrivare alla creazione di un’opera che rimanga nel tempo”.

Coexist Mod Ground & Mod Sky

Che cosa vuol dire oggi essere un designer di 37 anni? Esiste quello che alcuni chiamano Millennial design ovvero un approccio diverso alla creatività da parte della tua generazione? Se sì, te ne senti portavoce?
“Non saprei con certezza. È una domanda molto difficile. Io provo quotidianamente a portare la mia ricerca in produzione, che sia per aziende o per interni privati, ma non so dire se il mio è Millennial design... L’approccio al progetto che oggi esprimo l’ho imparato dai maestri, sui libri e negli studi dove ho collaborato, dapprima l’ho rispettato e poi, col tempo, l’ho appreso, cercando di tramutarlo nel mio metodo creativo che oggi è rappresentato nel modo più sincero possibile da ciò che negli ultimi dieci anni ho prodotto”.

Hanno scritto di te che vuoi ricreare la complicità tra uomini e oggetti. L'emozione è la nuova funzione?
“Sì. Per me emozionare viene prima di tutto. Un oggetto emoziona quando racchiude il migliore equilibrio possibile tra funzionalità, messaggio e forma. Sono queste le caratteristiche che creano complicità tra uomo e oggetto, imprescindibili nel mio linguaggio artistico”.

Disarmante

Questo è l'anno di Achille Castiglioni. Quanto conta questa figura nel tuo lavoro?
“Tanto. Dal giorno che l’ho conosciuto (non di persona purtroppo) è diventato la colonna portante della mia voglia di fare il designer. Ultimamente ho disegnato Ammuraggio (nome che appunto sottolinea questo mio legame, vedi Allunaggio per Zanotta), un arredo da giardino che si ispira al suo insegnamento, l’accorgersi dei comportamenti e del sottolinearli attraverso l’oggetto”.

Parli di riti, qualcosa che nella società di oggi è completamente cambiato: non ci sono più riti di passaggio e sempre meno pratiche condivise. Dove trovi oggi i tuoi cenacoli per scambiare idee e trovare spunti, suggestioni?
“I cenacoli sono infiniti, io mi trovo a fare ricerca sempre durante il giorno, non ne posso fare a meno, credo che sia anche una questione di carattere oltre che di passione (è diventata la scusa per fare il profilo instagram!). Forse anche Ryto, il liquore che da qualche anno produco, è sicuramente l’artefice dei cenacoli più creativi e stimolanti che vivo. Viaggiare per presentarlo e raccontarlo mi fa conoscere gente nuova e interessante ogni settimana che, seppur da un punto di vista non prettamente di design, mi stimola al progetto. Ripeto: tutto suggestiona, più arte c’è e meglio è”.

Ryto

Due progetti non tuoi che hai amato di recente?
“Se parliamo di progetti, e non solo di prodotto/oggetto, mi viene alla mente Una stanza tutta per sé di Cantiere Galli, un progetto di allestimento temporaneo ben fatto ed interessante, dove si affronta il progetto di interior nel profondo del suo contenuto carpendone il significato anche da una singola fotografia. L’altro progetto che ho amato di recente è la collezione P.O.P., piccoli oggetti possibili degli Zaven per Galleria Luisa delle Piane, una ricerca che sovrappone perfettamente grafica e funzione, da cui esce arte da tutti i pori. Bravissimi”.

A che cosa stai lavorando per i prossimi mesi?
“Sto creando una nuova collezione di rivestimenti in ceramica. Da qualche anno faccio sperimentazione in questo settore e ora credo di aver portato la mia idea ad un buon livello realizzativo e produttivo. Il progetto affronta il classico tema dei materiali naturali, reinterpretandoli, anzi, completamente reinventandoli attraverso la matericità delle decorazioni superficiali che ho scelto di utilizzare”.


VITO NESTA, QUANDO IL DECOR VUOL DIRE PASSATO (MA NON NOSTALGIA)

VITO NESTA, QUANDO IL DECOR VUOL DIRE PASSATO (MA NON NOSTALGIA)

Secondome intervista Vito Nesta

All’ultimo Fuorisalone ha sorpreso portando nella cornice storica di Palazzo Litta una collezione di carte da parati nate attingendo all’archivio di Limonta. A gennaio aveva lanciato Grand Tour, il suo marchio che nasce con uno storytelling ispirato al passato, quando l’Italia era la meta del viaggio di formazione dei talenti d’Europa. In questo caso a viaggiare all’estero e a riportare in Italia sotto forma di design le suggestioni internazionali è Vito Nesta: “Passo tanto del mio tempo in viaggio. A volte lontano da casa, ad annusare gli odori del mercato centrale di Kyoto, a farmi incantare dall’intensità unica del rosso nel santuario sul monte Fushimi Inari, a perdermi nei meandri del Gran Bazar di Istanbul…”.

Fenicotteri | Carta da parati |PH Mattia Meneghini

Chi è Vito Nesta?

“Sono un ragazzo estremamente curioso, mi piace conoscere tutto quello che mi è ignoto, ​sono ​sempre alla ricerca di quella che possa essere la mia personale forma espressiva​,​ viaggiando, conoscendo persone e luoghi, lasciandomi contaminare da tutto quello che mi circonda. Vivo in modo semplice difendendo un sogno che è quello di diventare un bravo interior decorator”. 

Che cosa vuol dire oggi essere un designer?

“La figura del designer oggi è molto complessa perché non si limita al solo progettare ma include anche l’essere a tutti gli effetti imprenditori di se stessi. Un designer crea assieme all’azienda una guida e un sistema su come proporre il prodotto, crea una comunicazione efficace per il lancio, segue tutte le fasi di un progetto dal primo segno di matita sino alla vendita”.

La memoria è il tuo mondo creativo: come lavori senza scadere nella nostalgia?

“Mi è sempre piaciuto ascoltare storie, nei miei lavori cerco di raccontarle, ma a modo mio. I miei non sono lavori nostalgici​. Semmai raccontano mondi lontani, storie passate e luoghi nascosti rispettando sempre la loro essenza​, con uno sguardo ​proiettato ​al futuro. Penso sia necessario guardare il passato proprio così, con ​uno sguardo rivolto al futuro”.

Il decor oggi, nel mondo del design: un'opportunità in più per i creativi o un mondo che si sta già saturando?

“Io penso che il senso del decor non ​sia​ una tecnica che ​si può acquisire o imparare. O ce l'hai dentro e la senti come forma di espressione o non puoi farne un esercizio. Io penso che non avrei potuto fare altro visto che sin da piccolo i decori mi hanno sempre attratto, questo ha sicuramente giocato a mio favore in un periodo come questo in cui la decorazione sta diventando un valore aggiunto a​l​ progetto”.

Risvolti | PH Serena Eller Vainicher

Come è nata l'idea del Grand Tour?

“L'idea del Grand Tour nasce dalla voglia di esprimere tramite il mezzo della decorazione tutti i mondi, i simboli, le storie e le immagini che ricerco nei miei viaggi sia fatti fisicamente che immaginati”.

 

Esotica per F.lli Majello | PH Andrea Pedretti

Prossima tappa?

“L'Egitto, il Kenya ed il Libano”.


MILLIM STUDIO: IL DESIGN MILLENNIAL SPOSA MARMO E PLEXIGLASS

MILLIM STUDIO, IL DESIGN MILLENNIAL SPOSA MARMO E PLEXIGLASS

Secondome intervista Millim Studio

Insieme ad Atlas di Hillsideout, l’altra anima di Match, il progetto che Secondome porta alla Design week di Milano, al FuturDome, è Fusion. Anche in questo caso una coppia di designer lavora all’incontro/scontro di materie diverse, marmo e plexiglass. Ne abbiamo parlato con gli autori, Millim Studio, ovvero Chiara Pellicano ed Edoardo Giammarioli, entrambi classe 1989 e quindi con una prospettiva millennial al loro lavoro di creativi.

Come avete scelto i materiali per questa fusione? Perché proprio marmo e plexiglass?
Eravamo affascinati dal concetto di fusione ma legato alla scoperta. Volevamo fondere per svelare, necessitavamo dunque di un materiale pieno che si lasciasse esplorare dall’interno e di una lente che potesse amplificare ciò che normalmente siamo abituati a vedere.
Il marmo, con i suoi infiniti dettagli ci ha fornito una storia da raccontare, il plexiglass con le sue caratteristiche di trasparenza e distorsione, una perfetta voce narrante.

Fusion Dettaglio

Dove è il valore del lavorare in coppia? Avete sensibilità diverse e vi completate o vi sovrapponete?
Nonostante la direzione sia la stessa, non faremo mai la stessa strada per arrivare a destinazione, crediamo che il valore sia proprio la costante scoperta dell’altro.
Gli approcci e le sensibilità sono diversi, quindi normalmente ci si completa ma altre volte bisogna imparare a sovrapporsi, non con l’intento di sovrastare quanto di comprendere l’altro e a volte seguirlo.

Due anni dopo "design the future", un primissimo bilancio di come è stato questo futuro
Siamo felici, sono stati due anni entusiasmanti e intensi. Si sono aperti nuovi percorsi, stiamo imparando tanto e stiamo avendo la possibilità di spaziare in progetti completamente diversi gli uni dagli altri. Lavorare ad un prodotto per una galleria e un momento dopo lavorare ad un progetto per una multinazionale e ancora subito dopo progettare piccole collezioni in autoproduzione, crediamo che questo sia il miglior regalo che questo futuro ci potesse fare.

Che cosa vuol dire essere designer millennial? Che approccio vi fa avere la vostra età nel disegno e nella progettazione?
Essere designer millennials significa dimenticare la parola target e sostituirla con sentimenti, umori, desideri. Il nostro approccio è questo, cerchiamo di suscitare emozioni per qualcuno che è in ascolto. Le persone vogliono comprendere e “sentire”, per questo diamo importanza a tutto il processo mentale che porta al progetto e cerchiamo di curare tutti gli aspetti che vanno anche oltre la sfera del prodotto, cerchiamo di dare un’ esperienza totale a chi vive il progetto.

Collage The Row

Un'opera non vostra che secondo voi fotografa bene che cosa è il design oggi
Una delle operazioni che più ci ha catturato ultimamente è “Museum League” di Maurizio Cattelan. È quello che noi chiamiamo Progetto. Tutto è al suo posto, concettualmente e commercialmente; ma soprattutto mette al centro il concetto di appartenenza, come abbiamo detto prima, parla a chi è in ascolto ma con una visione potenzialmente popolare e replicabile all’infinito, un progetto raro.

Un artista o designer da cui avete imparato qualcosa e uno a cui vorreste rubare un segreto
Ci ha colpito molto la visione di Christoph Niemann, scrittore, illustratore e graphic designer tedesco. In alcune delle sue illustrazioni e in molte sue interviste racconta i retroscena del suo lavoro: un elogio alla fatica mentale e ai processi che portano alla definizione di un progetto nuovo.
Pensavamo di essere strani a fare tutta la fatica che facciamo per arrivare ad un progetto completo, è stata molto istruttiva per noi, ci ha fatto sentire più “normali”. La fatica fa parte del gioco.
Un segreto da rubare? Sicuramente a Studio Job. Siamo affascinati dalla loro coerenza e dalla forza che riescono a dare a tutti i loro progetti.

 


HILLSIDEOUT: ATLAS, IL DESIGN DELL'UTOPIA CHE ARRIVA DA ATLANTIDE

HILLSIDEOUT: ATLAS, IL DESIGN DELL'UTOPIA CHE ARRIVA DA ATLANTIDE

Secondome intervista Hillsideout

Gli opposti coincidono. E, nel design, generano mondi fino a un attimo prima insondati e impensabili. Come Match, il progetto che Secondome porta alla Design week di Milano, nel FuturDome di via Paisiello. Un progetto che evoca fin dal nome l'idea di un incontro-scontro tra materiali e forme completamente diversi. Match sono due collezioni realizzate da due coppie di designer, a loro volta formate da creativi dall'approccio differente.

Partiamo da Atlas, il tavolo in bronzo e vetro di Murano disegnato da Hillsideout, il duo italo tedesco composto da Nat Wilms e Andrea Zambelli che dal 2009 fa dell'incontro tra la lavorazione artigianale del legno e la contaminazione con materiali contemporanei la sua cifra stilistica.

Il passato nella vostra ispirazione ha un ruolo fondamentale, in questo caso andate a ripescare il mito di Atlantide. Perché? 
Introducendo due nuovi materiali, il bronzo e il vetro di Murano, li abbiamo associati a quest’isola mitologica di fuoco e ghiaccio, famosa per i suoi metalli. Giocando con questa idea, abbiamo realizzato il primo arredo, un tavolino chiamato Atlas che segna l’inizio di una collezione di mobili utopici che sarebbero potuti appartenere al Titano Atlante della mitologia greca, primo re della paradisiaca e iper civilizzata isola di Atlantide. E proprio perché di Atlantide, Atlas è distrutto e in qualche modo diverso. Ha un’anima in acqua, perché senza non potrebbe esistere, ‘congelata’ per diventare vetro, insieme fragile e solido. E utilizzabile.

 

Atlas work in progress

Qual è la logica che usate nell'associare materiali contemporanei al legno? 
In questo progetto abbiamo usato il legno soltanto per fare il modello da cui ricavare il calco. Nonostante ciò si sente la sua presenza. Questo per dire che il contemporaneo siamo noi, è la nostra mente, non sono i materiali. Ciò non esclude che il legno sia il materiale che si adatta a molte nostre esigenze e perciò fa sempre parte del nostro lavoro. Vogliamo esprimere una dinamicità che può essere suscitata sia dai materiali che dai concetti.

Come avete scelto i materiali per questo progetto? 
Ci piace lavorare con materiali liquidi, in grado di trasformarsi in uno stato solido. Per questo abbiamo pensato a un progetto dove due materiali simili e allo stesso momento molto diversi potessero combaciare e darsi forza.

Come può un creativo che coltiva la memoria fare un buon design senza scadere in quel culto della nostalgia che è diventato una moda? 
Bisogna sempre guardare dentro se stessi.

Nat Wilms e Andrea Zambelli | PH Ruy Teixeira

Siete nati come duo anche per rilanciare la manifattura. Dal 2009 a oggi, come avete visto crescere questo mondo dell'alto artigianato?

È difficile generalizzare, ma per quanto riguarda i mobili, abbiamo visto poca ricerca legata all’alto artigianato come se non ce ne fosse bisogno in questo momento storico. L’interesse va verso l’effimero e quindi lo spazio come i materiali vengono percepiti diversamente. Detto ciò, troviamo che sia molto importante dare un contrappeso e tornare alla materia.

Un artista o designer da cui avete imparato qualcosa e un altro a cui rubereste un segreto?
Abbiamo due trascorsi formativi molto diversi e anche i nostri mentori lo sono. Ci troviamo però d’accordo sui registi italiani del dopoguerra come Michelangelo Antonioni, per la sua visione estetica e umana che non si perde nelle emozioni.


LANZAVECCHIA+WAI: IL DESIGN COME UN SOGNO SENZA CONFINI

LANZAVECCHIA+WAI: IL DESIGN COME UN SOGNO SENZA CONFINI

Secondome intervista Lanzavecchia+Wai

Una a Pavia, l’altro a Singapore. Più che un sodalizio, un’alchimia che sfida le distanze e trova l’ispirazione nell’incontro di culture e approcci differenti. Francesca Lanzavecchia e Hunn Wai si incontrano nel 2006 alla Design Academy di Eindhoven, tre anni dopo fondano lo studio Lanzavecchia + Wai che, da allora, sfida le convenzioni del design con mobili, collezioni e oggetti che intrecciano ragione e sentimento, artigianato e industria, raffinatezza e gioco.

 

Chi Sono Francesca Lanzavecchia e Hunn Wai?
“Siamo dei sognatori, dei viaggiatori dei romantici razionalisti che vivono e cercano di costruire un “Brave New Word” senza barriere e confini”.

Uno studio diviso tra due paesi, lontani anzi lontanissimi, come riuscite a progettare a quattro mani?
“Dobbiamo ringraziare la tecnologia che ci fa sentire quasi seduti alla stessa scrivania: cloud, videoconference sono per noi all’ordine del giorno… E quando si tratta di dover controllare le proporzioni di qualcosa in scala reale, modelli fisici in entrambi gli studi da valutare e testare. Ovviamente fino a quando non avremo a disposizione il teletrasporto”.

 

 

 

Qual è il materiale con cui vi sentite più affini?
“Di volta in volta, da progetto a progetto ci innamoriamo dei materiali con cui lavoriamo e ci immedesimiamo nei materiali stessi. Anche il metallo, che credevo un materiale così lontano, se lavorato dalle mani giuste assume flessibilità e calore. Comunque, se proprio dobbiamo rispondere in maniera istintiva, per me (Francesca) è il tessuto: è il materiale più flessibile, simile non a caso al nostro tessuto sensibile più esteso, la pelle. Ed è il materiale con cui possiamo stabilire il rapporto più intimo e che può portare impressi i simboli della nostra cultura. Per me (Hunn), invece, è il legno; un materiale stratificato dal tempo”.

Nei vostri lavori c’è molta ricerca, ma anche la tradizione artigiana da ogni parte del mondo. Come affrontate un progetto?
“Partiamo sempre dalla conoscenza approfondita del contesto: sociale, produttivo, di utilizzo. Per farlo ci avvaliamo di quello che viene chiamato il lateral thinking; nutrendoci di informazioni che vengono dai campi più disparati dall’osservazione alle scienze umanistiche fino alle conoscenze tecnologiche. Nel corso della design research sviluppiamo anche un punto di vista ben preciso a proposito del tema o del progetto di cui ci stiamo occupando. Il prodotto finale di ogni ricerca è l’oggettivazione di tutte queste conoscenze e del nostro sentire”.

Qual è l’oggetto che avreste voluto disegnare?
“Ci stiamo occupando della progettazione delle vetrine per i negozi di Hermes a Singapore. Da tempo desideravamo fare un progetto in cui poter dare libero sfogo alla creatività senza limiti funzionali e di utilizzo. Un vero e proprio sogno ad occhi aperti”.

E l’oggetto che vorreste disegnare? 
“Vorremmo confrontarci di più con gli spazi progettando installazioni, interni, ambienti che portino poesia, leggerezza e gioco nel nostro quotidiano e che siano davvero capaci adeguarsi ai bisogni della nostra società e delle nostre vite in continua evoluzione”.


MATTEO CIBIC: COSÌ IL MIO "VASONASO" É DIVENTATO UNA DIPENDENZA

MATTEO CIBIC: COSÌ IL MIO "VASONASO" É DIVENTATO UNA DIPENDENZA

Secondome intervista Matteo Cibic

Vasonaso 2017 

Se il design è (anche) l’arte di conciliare gli opposti, allora Matteo Cibic ne è un esponente di punta. Da un lato l’iperattività di un uomo che a 34 anni ha già imposto le sue creazioni dal Centre Pompidou di Parigi allo Shanghai Museum of Glass. Dall’altro la dedizione, la costanza e il metodo che lo hanno portato a trovare ispirazione in Giorgio Morandi. VasoNaso è nato così: dall’idea di replicare un’ispirazione alla maniera diMorandi, cogliendone attraverso le varianti un aspetto diverso. Il risultato sono stati, appunto, i 365 vasi di VasoNaso, uno per ogni giorno del 2016, sintesi perfetta di iperattività e metodo. Un progetto che, come spiega qui Matteo, non è concluso, anzi.

Chi è Matteo Cibic?
“Un ragazzo alto, biondo, a cui piace disegnare e produrre oggetti e spazi inaspettati”.

Hai realizzato uno dei progetti autoprodotti più interessanti e ricercati degli ultimi anni: Vasonaso è una storia finita o pensi a un seguito?
“Vasonaso è un progetto nato con l’esigenza di capire come alcune persone riescano a condurre per decadi se non per tutta la vita la stessa ricerca artistica.

In quanto ragazzo iperattivo, sono affascinato dalle persone metodiche, e ho sperimentato per un anno l'ossessione dei pittori di nature morte. Ho scoperto una pratica zen che mi diverte e mi permette di scoprire nuove relazioni tra forme e colori, ho realizzato vasi (molto spesso repliche di vasi antichi) assemblandoli in composizioni fotografiche. Ho maturato una leggera forma di dipendenza pertanto continuo a produrre Vasonaso unici destinati a gallerie per continuare i miei studi sociologici sugli oggetti”.

 

Matteo Cibic in laboratorio di Soffiatura

 

In un’intervista hai affermato che Giorgio Morandi ha dipinto la stessa cosa tutta la vita, e che volevi provarci anche tu. Forse ricerchi il Vasonaso perfetto?
“Non esiste il Vasonaso perfetto. La loro bellezza sta nel metterli insieme e trovarne relazioni e rapporti sempre diversi e talvolta buffi”.

Il primo aggettivo che viene in mente guardando i tuoi lavori è ironico. Qual è il tuo approccio ai nuovi progetti?
Mi piace pensare a oggetti dalle funzioni ibride e non facilmente catalogabili”.

Qual è il materiale con cui ti senti più a tuo agio?
“Ceramica e vetro, certamente”.

Che cosa ti piacerebbe disegnare e ancora non hai disegnato?
“Un boutique hotel ovunque nel mondo”.

Collezione Uzito per Secondome


RACCONTAMI

RACCONTAMI

Maria Cristina Didero intervista Claudia Pignatale

Maria Cristina Didero: Raccontami. Com’è iniziata? Com’è iniziata la storia di un architetto laureato a Roma nel 2006 che ha poi deciso di fare il gallerista?
Claudia Pignatale: Non volevo fare l’architetto in Italia, non l’architetto in senso stretto. Mi interessano gli interni ed i pezzi di design; colleziono, raccolgo, metto via. Gli oggetti parlano e gli interni raccontano delle storie. Io volevo raccontare delle storie e al tempo stesso dar vita alla mia.

MCD: E allora piccola cosa volevi fare?
CP: Pensavo di fare l’architetto! Da piccola volevo fare l’architetto, andavo sui cantieri con mio padre che costruiva ascensori; lo prendevano tutti per matto con una bimba piccola lì con lui in un cantiere caotico e anche pericoloso... Lui rispondeva: “È lei che me lo chiede”.

MCD: Perché la tua galleria si chiama cosi? Mi sembra già un certo statement…
CP: Gli italiani dicono sempre secondo me. Cosi piuttosto che chiamare la galleria con il mio nome ho pensato che secondome - scritto tutto attaccato e ben prima dell’avvento degli hashtag - fosse una bella provocazione.                                                         Niente di personale | Giovanni Casellato 2014

MCD: Com’è nata la collaborazione con Fabrica?
CP: Per caso. Facevo le vetrine del mio primo spazio con degli artisti, ne venne a fare una anche Sam Baron, lo conobbi così. Gli dissi che mi interessava creare una collezione mia. Dopo una settimana (era febbraio del 2008, ricordo) mi chiamò e mi disse: “ho una collezione in cerca di una madre, la vuoi adottare tu?” La collezione era formata da 14 oggetti in vetro soffiato disegnati dai designer Fabrica; la presentammo un mese e mezzo dopo al Salone del mobile di Milano.

MCD: Qual è il tuo talento migliore?
CP: Abbinare i colori.

MCD: In che cosa credi?
CP: Nella determinazione e nella dedizione. Se vuoi puoi. La passione muove montagne.

MCD: Toscanini una volta scrisse un brano 62 volte e alle fine commentò: “potrebbe essere migliore”. Tu segui l’istinto o la ragione?
CP: Sarei portata a seguire solo l’istinto - e di solito o faccio - ma la ragione serve a mettere insieme i pezzi e a farli funzionare.

MCD: Il design è?
CP: Funzionale, esteticamente bello, sperimentale.

Dejàvu | 2013

MCD: La prima cosa che ti viene in mente quando senti la parola designer?
CP: I maestri non si definivano designer, è una parola recente che include molti ambiti quali moda, web, grafica; è una parola molto generica. Ma, in tutti questi ambiti, mi viene in mente comunque qualcuno in grado di dare forma alle idee - e questo lo trovo già meraviglioso.

MCD: Storico o contemporaneo?
CP: Contemporaneo - anche se tutto proviene dallo storico. Ci sono oggetti intramontabili che amo molto.

MCD: Mi indichi qualche pezzo per te intramontabile?
CP: La lista è lunga: ma sicuramente la Rocking Chair di Charls and Ray Eames, la Superleggera di Gio Ponti, la Chaise Longue di Le Corbusier, e poi la lampada Arco di Achille Castiglioni, la Egg di Nanna Dietzel ma anche il cactus di Gufram, il tavolo Quaderna di Superstudio. E ancora il coffee table di Eileen Grey…potrei riempire la pagina.

MCD: Tu che cosa hai nel tuo salotto?
CP: Un po’ di tutto. Da un cubo in silicone di Alessandro Ciffo al Mezzadro di Castiglioni. Un tavolino in carta origami di Michael Young e molti altri oggetti. Gli oggetti mi affascinano in maniera particolare, sono l’essenza del progetto in piccola scala. Secondo me, quando risolti, sono poesia pura.

MCD: Hai qualche pezzo in galleria che non potrebbe mai entrare a casa tua? Lo so, è una domandaccia, scusami.
CP: È difficile che ci sia qualcosa in galleria che non possa entrare a casa mia, ma a volte succede…
MCD: Ok manteniamo il segreto allora. Ma hai risposto comunque alla domanda.

MCD: Quanto ti amano i tuoi collezionisti?
CP: Spero abbastanza!

MCD: Immagino che una galleria con 10 anni alle spalle abbia diverse storie da raccontare: dimmi di un aneddoto in particolare, la storia più surreale che ti sia mai capitata lavorando al fianco di designer.
CP: Qualche anno fa Alessandro Ciffo, designer, auto-produttore, mi mostrò una poltrona straordinaria, frutto di pura sperimentazione; era tutta in silicone con un’anima gonfiabile. Un pezzo eccezionale. La presentai al Pad di Parigi, e la vendetti subito. Eravamo un po’ preoccupati, pensavamo scoppiasse come un palloncino, ma questa collezionista la voleva a tutti i costi. Dopo circa un mese mi chiamò e mi disse che la poltrona si stava sgonfiando. Panico! Partimmo per Lisbona, entrammo in questa casa principesca muniti di ogni armamentario per vedere di sistemarla al meglio. Fu bizzarro. Dissi ad Alessandro di cominciare a farne subito un’altra. Sostituimmo la poltrona alla collezionista portoghese, questa volta perfetta. Lei fu felice finalmente. Noi anche. Da li nacquero altri 12 nuovi pezzi unici, in silicone. E furono un successo.

PAD Parigi | 2011

MCD: Si dice che sei una delle galleriste con più senso dello humor: come mai le persone pensano questa cosa di te e soprattutto, ti ci ritrovi? E se ti ci ritrovi, perché?
CP: Davvero dicono cosi di me?
MCD: Sembra di sì, davvero!
CP: Credo che nella vita l’ironia sia indispensabile, non mi piace prendermi troppo sul serio.

MCD: Oscar Wilde disse: “bisogna essere seri almeno riguardo a qualche cosa, se ci si vuole divertire nella vita”. Tu sei seria nei confronti di che cosa?
CP: Sono seria sul lavoro - che però, fortunatamente, mi fa anche divertire molto. Sono seria nell’educazione di mio figlio Jacopo. Essere mamma è il lavoro più difficile al mondo.

MCD: Sicuramente il progetto più grande direi!
CP: Sì lo è. Jacopo è il mio critico numero 1. Nella vita, si sbaglia molto cercando di fare bene. In questo non si riesce ad essere perfezionisti.

MCD: Qual è l’ambizione della tua galleria? Nella tua biografia leggo: “vorrei che Secondome fosse un centro di attrazione e di attenzione al design per l'Italia centrale; vorrei portare Roma sulla scena del design internazionale. Quali i risultati raggiunti dalla tua galleria e soprattutto qual è la situazione attuale del design nella capitale?
CP: La galleria è solo uno spazio fisico, potrebbe essere ovunque. Mi piace pensare che sia più un’officina dove le idee prendono forma. Roma è una città difficile, poco incline al nuovo. Provo a mostrare un’altra prospettiva, spero di riuscirci.

MCD: Cosa vuoi raccontare con il tuo programma espositivo?
CP: Da sempre cerco di raccontare delle storie e per farlo, ho scelto la strada della produzione. In questo modo posso raccontare storie che appartengono a me quanto ai designer e agli artigiani che lavorano con tecniche tradizionali e innovative. È interessante pensare che ogni oggetto avrà una diversa fattura perché lavorato a mano, e lo è altrettanto pensare che in Italia la tradizione artigianale sia una delle più riconosciute al mondo. Ogni anno cerco di sperimentare qualcosa di nuovo.

DOC, Claudia Pignatale e Matteo Cibic | Progetto Piemonte Handmade 2017

MCD: Grandi maestri o giovani talenti?
CP: Non esiste l’uno senza l’altro. Io cerco di promuovere i giovani perché per loro non c’è mai abbastanza spazio, e perché con loro è molto stimolante lavorare. Spero che qualcuno di questi progettisti possa essere riconosciuto come un maestro, un giorno.

MCD: Hai un’opinione sul futuro del design italiano? E come sarà il design nel prossimo secolo?
CP: Il design italiano è ricco di storia. Spero che il futuro sia dei giovani. In merito alla tua seconda domanda, magari sapessi rispondere! Purtroppo non so prevedere il futuro. Ti potrei dire come mi piacerebbe che fosse.

MCD: Come ti piacerebbe che fosse?
CP: Meno lezioso, lontano dal passato. Più autentico e con meno “copia e incolla”.

MCD: Platone disse che ”la vita senza ricerca non vale la pena di essere vissuta”. In qualità di gallerista - categoria che infatti dovrebbe fare ricerca - cosa commenti?
CP: Sono d’accordo con Platone (sorride). Oggi sta alle gallerie fare ricerca e sperimentazione. La sperimentazione ha bisogno di tempo e di tanta passione oltre che a finanziamenti, ma non sempre quello che si sperimenta ha un riscontro immediato. A volte i progetti ci mettono anni a essere apprezzati, capiti. Bisogna avere pazienza e tenacia. E credere in quello che si fa.

MCD: Gli stati generali del design oggi?
CP: Nell’industria, tranne alcune piccole eccezioni, si cerca di seguire il mercato, di rischiare il meno possibile e questo blocca appunto la ricerca e la sperimentazione. Credo che negli anni ‘70 e ‘80 si fosse più inclini al rischio. Molti capolavori, pezzi iconici del design, vengono da quella ricerca, da quella voglia di nuovo. Oggi viviamo un periodo di stallo, non so se imputabile solo alla crisi economica. Ho paura dei progetti fini a se stessi ed anche dei remake.

MCD: C’è una frontiera invalicabile in ciò che fai di mestiere?
CP: Provo a non pormene.

MCD: La tua icona?
CP: Maddalena De Padova.

MCD: L’icona non riconosciuta?
CP: Mia madre.

MCD: Non c’è nulla di peggio che rispondere bene alle domande sbagliate? Quanto pensi prima di rispondere tu?
CP: Poco. Sono una persona istintiva - ma forse sbaglio.
MCD: L’istinto è determinante nella vita. Secondo me non sbagli.

MCD: Come ti poni nei confronti dei tuoi designer? Una madre, una amica, una scocciatura…
CP: Forse come una zia (sorride). A volte un’amica e anche un po’ mamma sì, anche quello… Ma certo sì, anche una scocciatura. Mi piace molto quando mi chiamano per chiedermi “di chi è questo?” o “a che somiglia quest’altro?” Ma anche quando mi chiedono consigli per pezzi che non sono destinati a me.

MCD: È vero che fare il gallerista al giorno d’oggi è quasi una missione? E se è vero, qual è la tua missione?
CP: Sì lo è, è una vera missione! Mi piacerebbe che i miei pezzi fossero riconoscibili. Vorrei che guardandoli si possa pensare: Questo è di secondome.

MCD: Che cosa è essenziale nel design di oggi?
CP: La qualità.

Hunn Wai, Maria Cristina Didero, Claudia Pignatale, Francesca Lanzavecchia e Mauro Bonizzoni

MCD: Che cosa è essenziale per te?
CP: La qualità.

MCD: Cosa pensi del tuo futuro e del tuo mestiere nel futuro?
CP: Vorrei continuare a fare scoperte e consolidare quelle già fatte. Il mio mestiere sarà sempre più quello di mettere insieme le maestranze, i designer, gli artigiani. Provo a fare in modo che questo lavoro sia capito e riconosciuto.

MCD: Dai dimmi chi è il designer che ammiri di più, quello con cui sei più in sintonia.
CP: Sono in sintonia con tutti i designer con cui ho avuto la fortuna di lavorare.
MCD: E va beh, cosi è troppo facile!
CP: Ma per rispondere alla tua domanda ti dirò con chi mi piacerebbe lavorare in futuro: con Ron Arad. Credo che abbia fatto una piccola rivoluzione nel mondo del design e dell’autoproduzione.