TWINER#6 LIVELINESS

TWINER#6: LIVELINESS

Di Secondome

Secondome ed Ex Elettrofonica presentano la mostra Twiner#6 - Liveliness, ospitata nelle lounge del Corporate Hospitality degli Internazionali BNL d’Italia + LEA Lounge Extended Area all’interno del Foro Italico.

L’esposizione vuole essere un omaggio alla Vivacità.

I tempi di crisi sono ottimi momenti per le menti creative. É proprio in questi periodi d'emergenza che la vivacità, da intendersi come attitudine alla prontezza di spirito e d'inventiva, conduce a soluzioni dinamiche e inaspettate.

A questo proposito, la città di Roma nel dopoguerra ha rappresentato una cornice di indagine esemplare: la 'dolce vita', ricca di svaghi ed eventi ludici, sportivi e culturali, è stata di fatto una risposta propulsiva alla desolazione lasciata dalla guerra. In città si percepiva l’urgenza di ricominciare a vivere e divertirsi. L'irrequieta frenesia della metropoli sorprese positivamente anche la giornalista statunitense Janet Flanner, già corrispondente da Parigi per il New Yorker, che nei suoi articoli, finì per decretare Roma più stimolante di Parigi. La vivacità del pensiero mette in moto eventi dagli effetti benefici, in grado di tirar fuori il meglio del nostro tempo, facendoci riscoprire una rinnovata fiducia nelle persone e nelle loro potenzialità. Gli artisti e i designers sollecitano nuovi interessanti scambi tra riflessione critica e creatività e, nelle arti come nello sport, l’esuberanza d'ingegno, diventa una decisiva opportunità di cambiamento.

LOUNGE AUTORITÀ

     

Design: Getsuen e Rosa di Masanori Umeda e tavolini Brasilia dei F.lli Campana per Edra 
Arte: Bello e Brutto di Dionigi Mattia Gagliardi e Minerva Acrobatica (courtesy of RAM - Radio Arte Mobile) e 12 disegni senza titolo di Felice Levini 

LOUNGE TEVERE SUD

  

Design: Tavoli Lines under the forest di Hillsideout (courtesy of Rossana Orlandi), sedie Supercolor e Campanino di F.lli Levaggi Sedie, sgabelli e console Tadao di Laura Mochi Onori, Gaia e Lorenzo Rebecchini per Forma&Cemento.
Arte: Contestare l'ovvio, Don't touch, Dollaro e Pareggiare di Marco Bernardi.

LOUNGE FIC

     

     

Design: Divani Superonda di Archizoom Associati per Centro Studi Poltronova, armadio Brasilia dei F.lli Campana per Edra, sgabello Revolution di Millim Studio.
Arte:
 Opere di Dionigi Mattia Gagliardi e Emanuele Napolitano, LOST , Texture and Liquidity di Lorenzo Pace (courtesy of ADA project), Where is Abel? di Gregorio Samsa.

LOUNGE MONTEMARIO SUD

    

Design: Panca e sgabello Fusion e panca Revolution di Millim Studio.
Arte: Opere di Claudia Peill courtesy Anna Marra Contemporary.

LOUNGE MONTEMARIO NORD

Design: Divani Superonda di Archizoom Associati per Centro Studi Poltronova.
Arte: Opere di Gioacchino Pontrelli (courtesy Francesca Antonini arte contemporanea). 

Alla consueta sede espositiva del Centrale di tennis si aggiunge quest’anno lo spazio LEA, uno spazio polifunzionale (progettato da Fabrizio Graziani) con un ristorante stellato di cucina italiana, un bistrot restaurant e uno spazio dedicato all’intrattenimento con bar, lounge e musica dal vivo oltre ad un cocktail bar a bordo piscina.

Un luogo suggestivo, in cui oltre al design anche l’arte, grazie agli iconici lavori di Stefano Minzi e Lorenzo Scotto di Luzio, evoca in chiave contemporanea quella straordinaria atmosfera che si respirava in Italia nel dopoguerra, con quel misto di stile, eleganza e funzionalità che fece di Roma il centro più vitale dEuropa.

LEA

   

Design: Divani Standard ed Essential e poltrona Chiara di Francesco Binfarè, divano Cipria e poltrona Vermelha dei F.lli Campana, sedie Gina e poltrone Margherita di Jacopo Foggini, poltrone Getsuen di Masanori Umeda per Edra, panche Awaiting di Giorgia Zanellato e Coralla Maiuri e tavolo Lunapark di Alessandro Zambelli per Secondome, pouf Couture di Lorenza Bozzoli, sgabelli Icenine di Simone Fanciullacci e Antonio De Marco per Edizione Limitata, lampade Veli Couture di Adriano Rachele per Slamp.
Arte: Opere di Lorenzo Scotto di Luzio (courtesy of T293) e opere di Stefano Minzi.

 

PH Serena Eller Vainicher
Graphic design: Nero


CASA ITALIA | PYEONGCHANG 2018 | PROSPECTUM

CASA ITALIA | PYEONGCHANG 2018 | PROSPECTUM

di Claudia Pignatale

Secondome è tornata ad occuparsi del progetto di arredo di Casa Italia, questa volta in occasione delle Olimpiadi invernali di Pyeongchang. Dopo l'esperienza di Rio eravamo più preparati e consapevoli delle sfide che un allestimento del genere possa comportare ma, nondimeno, è stata una sfida.

Siamo partiti da un golf club per trasformarlo in uno chalet moderno, raccolto in pareti vetrate, capace di creare una sensazione immersiva nella natura montana circostante.

Hall

Un golf club estivo trasformato in chalet sulla neve e allestito con le eccellenze del made in Italy. Un grande camino sovrastato da un’installazione di lampade evocative, sgabelli scultorei che sono piccoli gioielli di ebanisteria, divani come banchise di ghiaccio rivestiti di tessuti creati ad hoc e con un grande orso sdraiato sul fianco come seduta. E poi sculture a parete, opere a neon, parati, arredi e complementi. Una casa che mira a valorizzare l’eccellenza italiana a 360°.

CasaLuce di Massimo Uberti

Dopo Rio de Janeiro nel 2016, con un concept, Horizontal, che si basava sulla modalità di approccio italiano al territorio sudamericano, questa seconda sfida, Prospectum, dal latino portarsi avanti, rimanda alla complessità culturale del nostro Paese e a come questa sia riuscita a condizionare la visione di futuro di tutto l’Occidente.

Ristorante

La prospettiva nata durante il rinascimento italiano, da artisti come Filippo Brunelleschi, Leon Battista Alberti, Masaccio, Piero della Francesca, Leonardo da Vinci, ha rivoluzionato il modo di vedere e rappresentare il mondo, dando vita all’idea di progresso nella sua accezione anche contemporanea. Ma non è che uno dei possibili punti di vista.

Per dirla con Nannucci: “Same Words Different Thoughts”.

La prospettiva è la griglia ideale attraverso cui guardare il mondo, dalle vie d’accesso che si snodano sulla neve come linee geometriche tracciate su un foglio bianco allo spiovente del tetto che sembra un profondo triangolo di piombo sospeso sul vetro. Di fronte, una scultura di luce, opera dell’artista Massimo Uberti, mostra il perimetro in prospettiva di una casa.

 

Ristorante

All’ingresso della casa il Welcome di Patrick Tuttofuoco, che introduce alle scale d’accesso alla Prospectum square, dominata da un grande camino, fulcro di Casa Italia, in cui tutte le linee convergono. È un omaggio a Frank Lloyd Wright, per il quale il camino è il centro della casa. Sospese sul fuoco un’installazione di lampade La Traviata disegnate dallo scenografo Bob Wilson e realizzate da Slamp, che come cristalli simboleggiano lo slogan dell’Italia ai Giochi: Fuoco su ghiaccio.

Ovunque, tra questa Prospectum Square e il resto della Casa, (bar, lounge, terrazza e lo spazio speciale per l’Italia Team) dove dominano la scena pezzi firmati da nomi storici ed emergenti del design (da Alessandro Mendini, a Vito Nesta, Giulio Iacchetti, Jacopo Foggini), incorniciati da opere d’arte.

Lounge Azzurri

Progetto a cura di Claudia Pignatale, Beatrice Bertini, Benedetta Acciari, Luca Galliano.

Un Ringraziamento speciale a Diego Nepi Molineris e al CONI, Monica Mazzei / Edra, Roberto Ziliani / Slamp, Lara Dorbolò / Bross, Glas Italia, Riva 1920.


RACCONTAMI

RACCONTAMI

Maria Cristina Didero intervista Claudia Pignatale

Maria Cristina Didero: Raccontami. Com’è iniziata? Com’è iniziata la storia di un architetto laureato a Roma nel 2006 che ha poi deciso di fare il gallerista?
Claudia Pignatale: Non volevo fare l’architetto in Italia, non l’architetto in senso stretto. Mi interessano gli interni ed i pezzi di design; colleziono, raccolgo, metto via. Gli oggetti parlano e gli interni raccontano delle storie. Io volevo raccontare delle storie e al tempo stesso dar vita alla mia.

MCD: E allora piccola cosa volevi fare?
CP: Pensavo di fare l’architetto! Da piccola volevo fare l’architetto, andavo sui cantieri con mio padre che costruiva ascensori; lo prendevano tutti per matto con una bimba piccola lì con lui in un cantiere caotico e anche pericoloso... Lui rispondeva: “È lei che me lo chiede”.

MCD: Perché la tua galleria si chiama cosi? Mi sembra già un certo statement…
CP: Gli italiani dicono sempre secondo me. Cosi piuttosto che chiamare la galleria con il mio nome ho pensato che secondome - scritto tutto attaccato e ben prima dell’avvento degli hashtag - fosse una bella provocazione.                                                         Niente di personale | Giovanni Casellato 2014

MCD: Com’è nata la collaborazione con Fabrica?
CP: Per caso. Facevo le vetrine del mio primo spazio con degli artisti, ne venne a fare una anche Sam Baron, lo conobbi così. Gli dissi che mi interessava creare una collezione mia. Dopo una settimana (era febbraio del 2008, ricordo) mi chiamò e mi disse: “ho una collezione in cerca di una madre, la vuoi adottare tu?” La collezione era formata da 14 oggetti in vetro soffiato disegnati dai designer Fabrica; la presentammo un mese e mezzo dopo al Salone del mobile di Milano.

MCD: Qual è il tuo talento migliore?
CP: Abbinare i colori.

MCD: In che cosa credi?
CP: Nella determinazione e nella dedizione. Se vuoi puoi. La passione muove montagne.

MCD: Toscanini una volta scrisse un brano 62 volte e alle fine commentò: “potrebbe essere migliore”. Tu segui l’istinto o la ragione?
CP: Sarei portata a seguire solo l’istinto - e di solito o faccio - ma la ragione serve a mettere insieme i pezzi e a farli funzionare.

MCD: Il design è?
CP: Funzionale, esteticamente bello, sperimentale.

Dejàvu | 2013

MCD: La prima cosa che ti viene in mente quando senti la parola designer?
CP: I maestri non si definivano designer, è una parola recente che include molti ambiti quali moda, web, grafica; è una parola molto generica. Ma, in tutti questi ambiti, mi viene in mente comunque qualcuno in grado di dare forma alle idee - e questo lo trovo già meraviglioso.

MCD: Storico o contemporaneo?
CP: Contemporaneo - anche se tutto proviene dallo storico. Ci sono oggetti intramontabili che amo molto.

MCD: Mi indichi qualche pezzo per te intramontabile?
CP: La lista è lunga: ma sicuramente la Rocking Chair di Charls and Ray Eames, la Superleggera di Gio Ponti, la Chaise Longue di Le Corbusier, e poi la lampada Arco di Achille Castiglioni, la Egg di Nanna Dietzel ma anche il cactus di Gufram, il tavolo Quaderna di Superstudio. E ancora il coffee table di Eileen Grey…potrei riempire la pagina.

MCD: Tu che cosa hai nel tuo salotto?
CP: Un po’ di tutto. Da un cubo in silicone di Alessandro Ciffo al Mezzadro di Castiglioni. Un tavolino in carta origami di Michael Young e molti altri oggetti. Gli oggetti mi affascinano in maniera particolare, sono l’essenza del progetto in piccola scala. Secondo me, quando risolti, sono poesia pura.

MCD: Hai qualche pezzo in galleria che non potrebbe mai entrare a casa tua? Lo so, è una domandaccia, scusami.
CP: È difficile che ci sia qualcosa in galleria che non possa entrare a casa mia, ma a volte succede…
MCD: Ok manteniamo il segreto allora. Ma hai risposto comunque alla domanda.

MCD: Quanto ti amano i tuoi collezionisti?
CP: Spero abbastanza!

MCD: Immagino che una galleria con 10 anni alle spalle abbia diverse storie da raccontare: dimmi di un aneddoto in particolare, la storia più surreale che ti sia mai capitata lavorando al fianco di designer.
CP: Qualche anno fa Alessandro Ciffo, designer, auto-produttore, mi mostrò una poltrona straordinaria, frutto di pura sperimentazione; era tutta in silicone con un’anima gonfiabile. Un pezzo eccezionale. La presentai al Pad di Parigi, e la vendetti subito. Eravamo un po’ preoccupati, pensavamo scoppiasse come un palloncino, ma questa collezionista la voleva a tutti i costi. Dopo circa un mese mi chiamò e mi disse che la poltrona si stava sgonfiando. Panico! Partimmo per Lisbona, entrammo in questa casa principesca muniti di ogni armamentario per vedere di sistemarla al meglio. Fu bizzarro. Dissi ad Alessandro di cominciare a farne subito un’altra. Sostituimmo la poltrona alla collezionista portoghese, questa volta perfetta. Lei fu felice finalmente. Noi anche. Da li nacquero altri 12 nuovi pezzi unici, in silicone. E furono un successo.

PAD Parigi | 2011

MCD: Si dice che sei una delle galleriste con più senso dello humor: come mai le persone pensano questa cosa di te e soprattutto, ti ci ritrovi? E se ti ci ritrovi, perché?
CP: Davvero dicono cosi di me?
MCD: Sembra di sì, davvero!
CP: Credo che nella vita l’ironia sia indispensabile, non mi piace prendermi troppo sul serio.

MCD: Oscar Wilde disse: “bisogna essere seri almeno riguardo a qualche cosa, se ci si vuole divertire nella vita”. Tu sei seria nei confronti di che cosa?
CP: Sono seria sul lavoro - che però, fortunatamente, mi fa anche divertire molto. Sono seria nell’educazione di mio figlio Jacopo. Essere mamma è il lavoro più difficile al mondo.

MCD: Sicuramente il progetto più grande direi!
CP: Sì lo è. Jacopo è il mio critico numero 1. Nella vita, si sbaglia molto cercando di fare bene. In questo non si riesce ad essere perfezionisti.

MCD: Qual è l’ambizione della tua galleria? Nella tua biografia leggo: “vorrei che Secondome fosse un centro di attrazione e di attenzione al design per l'Italia centrale; vorrei portare Roma sulla scena del design internazionale. Quali i risultati raggiunti dalla tua galleria e soprattutto qual è la situazione attuale del design nella capitale?
CP: La galleria è solo uno spazio fisico, potrebbe essere ovunque. Mi piace pensare che sia più un’officina dove le idee prendono forma. Roma è una città difficile, poco incline al nuovo. Provo a mostrare un’altra prospettiva, spero di riuscirci.

MCD: Cosa vuoi raccontare con il tuo programma espositivo?
CP: Da sempre cerco di raccontare delle storie e per farlo, ho scelto la strada della produzione. In questo modo posso raccontare storie che appartengono a me quanto ai designer e agli artigiani che lavorano con tecniche tradizionali e innovative. È interessante pensare che ogni oggetto avrà una diversa fattura perché lavorato a mano, e lo è altrettanto pensare che in Italia la tradizione artigianale sia una delle più riconosciute al mondo. Ogni anno cerco di sperimentare qualcosa di nuovo.

DOC, Claudia Pignatale e Matteo Cibic | Progetto Piemonte Handmade 2017

MCD: Grandi maestri o giovani talenti?
CP: Non esiste l’uno senza l’altro. Io cerco di promuovere i giovani perché per loro non c’è mai abbastanza spazio, e perché con loro è molto stimolante lavorare. Spero che qualcuno di questi progettisti possa essere riconosciuto come un maestro, un giorno.

MCD: Hai un’opinione sul futuro del design italiano? E come sarà il design nel prossimo secolo?
CP: Il design italiano è ricco di storia. Spero che il futuro sia dei giovani. In merito alla tua seconda domanda, magari sapessi rispondere! Purtroppo non so prevedere il futuro. Ti potrei dire come mi piacerebbe che fosse.

MCD: Come ti piacerebbe che fosse?
CP: Meno lezioso, lontano dal passato. Più autentico e con meno “copia e incolla”.

MCD: Platone disse che ”la vita senza ricerca non vale la pena di essere vissuta”. In qualità di gallerista - categoria che infatti dovrebbe fare ricerca - cosa commenti?
CP: Sono d’accordo con Platone (sorride). Oggi sta alle gallerie fare ricerca e sperimentazione. La sperimentazione ha bisogno di tempo e di tanta passione oltre che a finanziamenti, ma non sempre quello che si sperimenta ha un riscontro immediato. A volte i progetti ci mettono anni a essere apprezzati, capiti. Bisogna avere pazienza e tenacia. E credere in quello che si fa.

MCD: Gli stati generali del design oggi?
CP: Nell’industria, tranne alcune piccole eccezioni, si cerca di seguire il mercato, di rischiare il meno possibile e questo blocca appunto la ricerca e la sperimentazione. Credo che negli anni ‘70 e ‘80 si fosse più inclini al rischio. Molti capolavori, pezzi iconici del design, vengono da quella ricerca, da quella voglia di nuovo. Oggi viviamo un periodo di stallo, non so se imputabile solo alla crisi economica. Ho paura dei progetti fini a se stessi ed anche dei remake.

MCD: C’è una frontiera invalicabile in ciò che fai di mestiere?
CP: Provo a non pormene.

MCD: La tua icona?
CP: Maddalena De Padova.

MCD: L’icona non riconosciuta?
CP: Mia madre.

MCD: Non c’è nulla di peggio che rispondere bene alle domande sbagliate? Quanto pensi prima di rispondere tu?
CP: Poco. Sono una persona istintiva - ma forse sbaglio.
MCD: L’istinto è determinante nella vita. Secondo me non sbagli.

MCD: Come ti poni nei confronti dei tuoi designer? Una madre, una amica, una scocciatura…
CP: Forse come una zia (sorride). A volte un’amica e anche un po’ mamma sì, anche quello… Ma certo sì, anche una scocciatura. Mi piace molto quando mi chiamano per chiedermi “di chi è questo?” o “a che somiglia quest’altro?” Ma anche quando mi chiedono consigli per pezzi che non sono destinati a me.

MCD: È vero che fare il gallerista al giorno d’oggi è quasi una missione? E se è vero, qual è la tua missione?
CP: Sì lo è, è una vera missione! Mi piacerebbe che i miei pezzi fossero riconoscibili. Vorrei che guardandoli si possa pensare: Questo è di secondome.

MCD: Che cosa è essenziale nel design di oggi?
CP: La qualità.

Hunn Wai, Maria Cristina Didero, Claudia Pignatale, Francesca Lanzavecchia e Mauro Bonizzoni

MCD: Che cosa è essenziale per te?
CP: La qualità.

MCD: Cosa pensi del tuo futuro e del tuo mestiere nel futuro?
CP: Vorrei continuare a fare scoperte e consolidare quelle già fatte. Il mio mestiere sarà sempre più quello di mettere insieme le maestranze, i designer, gli artigiani. Provo a fare in modo che questo lavoro sia capito e riconosciuto.

MCD: Dai dimmi chi è il designer che ammiri di più, quello con cui sei più in sintonia.
CP: Sono in sintonia con tutti i designer con cui ho avuto la fortuna di lavorare.
MCD: E va beh, cosi è troppo facile!
CP: Ma per rispondere alla tua domanda ti dirò con chi mi piacerebbe lavorare in futuro: con Ron Arad. Credo che abbia fatto una piccola rivoluzione nel mondo del design e dell’autoproduzione.


CHE BEL DESIGN A ROMA. FINALMENTE.

CHE BEL DESIGN A ROMA. FINALMENTE.

di Giampiero Mughini

Nel Dicembre 2016, Secondome ha festeggiato i suoi primi 10 anni, con una mostra che voleva essere un tributo al lavoro svolto nel corso degli anni.

Per l'occasione abbiamo pubblicato un libro, una sorta di album dei ricordi, a cui hanno contribuito tre persone che hanno avuto un ruolo importante nella crescita di Secondome: un collezionista, Giampiero Mughini, un economista, Stefano Micelli e una curatrice, Maria Cristina Didero.

Ognuno di loro ha regalato un punto di vista interessante su ciò che Secondome ha rappresentato e rappresenta nel panorama del design.

Gli esordi di Secondome, raccontati da Giampiero Mughini

“Nella Roma di fine millennio era accaduto qualcosa di singolare. Che da un decennio o poco meno erano andati scomparendo i negozi che facevano da stemma del miglior design italiano, a cominciare dal famoso showroom Cassina di via del Babuino ad apprestare il quale ci si era messo negli anni Cinquanta nientemeno che Ico Parisi.

Stessa sorte al magnifico negozio di Piazza di Spagna che portava l’insegna della bolognese Simon, altro marchio leggendario del design italiano della seconda metà del secolo. Non c’era un luogo a Roma dove avresti potuto comprare i mobili Memphis inventati nei primissimi Ottanta da Ettore Sottsass e dalla sua banda, quelli che negli anni Ottanta avevano rivoluzionato la filosofia e i colori dell’arredamento, o i pezzi firmati da un Gaetano Pesce già famoso a Parigi e a New York. Tanto che la mia collezione di design italiano, cominciata negli ultimi anni Ottanta, me la andavo facendo a furia di viaggi e di compere a Milano. Ogni volta era una grande angoscia che arrivasse intatto il pacco dove magari era riposto un vaso di vetro.

 

 

Giampiero Mughini           

Che sollievo quando un mio amico gallerista mi disse che a via dei Pianellari, non lontano dalla Chiesa romana dove sono conservati due dei più bei Caravaggio possibili e immaginabili, era nata una galleria (nemmeno tanto piccola) imperniata sul design italiano recente.

Era il 2006, “Secondome” il nome della galleria diretta da Claudia Pignatale. Ci andai subito. C’erano gli oggetti del design quotidiano made by Alessi o Danese, quegli oggetti che colmano di grazia la tua vita di ogni giorno.

C’erano collezioni in vetro o in ceramica tra quelle firmate da Sottsass. C’erano le guizzanti seppur rigorose  righe in ferro degli arredi firmati da Antonino Sciortino, un designer che ho scoperto alla “Secondome”.

 

 

 

PAD New York | 2011

Dopo un po’ comparvero e ebbero un posto di risalto gli artisti a me carissimi dell’autoproduzione, da Alessandro Ciffo a Dummy, da Roberto Mora a Silvia Zotta ad Andrea Salvetti, i vasi di silicone di Ciffo, le ceramiche brucianti di Silvia (che non c’è più, e il suo ricordo ancora mi commuove), le sedute in metallo di Andrea. E qui entro in un palese conflitto di interessi, perché uno dei pezzi più belli della mia collezione (acquistato da Claudia) è un tappeto in silicone del Ciffo, un tappeto che è una specie di anti-tappeto, o meglio un tappeto interpretato in chiave surreale dato che lo puoi guardare, forse ti ci puoi sedere sopra, te ne puoi meravigliare come di oggetto particolarmente strambo e assurdo, di certo non lo puoi calpestare. Un pezzo unico di cui sono orgogliosissimo.

Che gran festa quella sera romana di alcuni anni fa quando vennero messe in mostra le opere di ciascuno di questi artisti/designer, e credo di non sbagliare se dico che alla fine della mostra Claudia ci invitò tutti a cena. Dieci anni dopo la galleria “Secondome”, nel frattempo trasferitasi in un cortile a un tiro di schioppo dal Mattatoio, è viva e vitale.

PAD Parigi | 2012

Di più. È divenuta anche una casa editrice, soprattutto di oggetti in vetro.

L’instancabile Claudia si è difatti avventata sulla clientela internazionale delle grandi fiere d’arte e di design, alla quale propone uno dopo l’altro gli autori giovani e emergenti, e a me piacciono molto i mobili in legno di Stefano Marolla o la serie di sedute di Coralla Maiuri e Giorgia Zanellato, o magari la volta che lei mise in mostra i gioielli mai editi dagli architetti radicali fiorentini capeggiati da Adolfo Nicolini,e maledizione che quei gioielli siano solo per donna, e invece se dipendesse da me mi autosommergerei di gioielli atti a un uomo (tanto che più d’un collega di giornali ne ha dedotto immancabilmente che io fossi un omosessuale).

Quasi quasi, e per sfidare gli imbecilli, me lo compro e lo indosso uno di quei gioielli. Tu che ne pensi, Claudia?”

 

 

 

 

 

 

Anello Istogrammi con pietre | Superstudio

 

 


UNA PASSIONE PER IL DESIGN E PER IL SAPER FARE

UNA PASSIONE PER IL DESIGN E PER IL SAPER FARE

di Stefano Micelli

Nel Dicembre 2016, Secondome ha festeggiato i suoi primi 10 anni, con una mostra che voleva essere un tributo al lavoro svolto nel corso degli anni.

Per l'occasione abbiamo pubblicato un libro, una sorta di album dei ricordi, a cui hanno contribuito tre persone che hanno avuto un ruolo importante nella crescita di Secondome: un collezionista, Giampiero Mughini, un economista, Stefano Micelli e una curatrice, Maria Cristina Didero.

Ognuno di loro ha regalato un punto di vista interessante su ciò che Secondome ha rappresentato e rappresenta nel panorama del design.

Gli esordi di Secondome, raccontati da Stefano Micelli

Ho visitato per la prima volta gli spazi di Secondome nel 2009. La galleria occupava tre stanze e un soppalco nel centro di Roma, in via degli Orsini.

A pochi anni dalla sua apertura colpivano la varietà e la ricchezze delle proposte che Claudia Pignatale era capace di promuovere. Ricordo le sue visite guidate e la passione con cui svelava il senso di oggetti molto diversi fra loro, risultato di incontri felici fra designer capaci di sperimentare e manifatture di grande qualità.

 

Collezione This&That | New Museum New York, 2009

Un mondo di forme e materiali difficile da trovare se non all’interno del mondo dell’autoproduzione che, proprio in quegli anni, iniziava a essere conosciuto e apprezzato.

Fra gli oggetti che spiccavano in galleria c’erano i vasi progettati dai giovani studenti di Fabrica e realizzati a Grottaglie, il distretto della ceramica pugliese che molti hanno riscoperto anche grazie al lavoro di Claudia.

Non era la prima volta che designer e artigiani di distretti industriali di grande tradizione manifatturiera venivano guidati in un percorso di rinnovamento della produzione locale.

Esperimenti simili erano già stati avviati in Toscana da Artex, un punto di riferimento dell’artigianato artistico in Italia, e in Veneto, a Vicenza, grazie alla collaborazione fra associazioni di categoria e università.I progetti proposti da Secondome colpivano per l’originalità e, allo stesso tempo, per l’attenzione rivolta a una domanda sofisticata e curiosa. Rispetto alle iniziative di autoproduzione avviate in quegli anni, la galleria Secondome sapeva porsi già allora come punto di riferimento originale rispetto al mondo dei collezionisti.

 

 

Collezione Titled di Emmanuel Babled | Fuorisalone 2014

In questi ultimi dieci anni ha mantenuto i suoi impegni. Ha continuato a promuovere progetti che nascono daltalento di designer innovativi e dalla qualità di manifatture capaci di produrre l’impensabile. Proprio perché l’incontro tra cultura del progetto e intelligenza del fare merita di essere sostento e sviluppato, l’impegno nel trovare un mercato qualificato a queste produzioni è essenziale. Senza uno sguardo al mercato, senza un confronto con altre proposte internazionali, l’autoproduzione è ad alto rischio di autoreferenzialità. Secondome ha contribuito a dare una direzione al lavoro di designer, artigiani e a maestri d’arte impegnati in un percorso di sperimentazione che oggi ha trovato una sua maturità.

Stefano Micelli, Claudia Pignatale e Filippo Berto

Nel corso di questo decennio il mercato del design ha conosciuto profondi mutamenti. Marchi affermati hannorivisto la propria comunicazione dando spazio e riconoscibilità alla qualità manifatturiera che concorre in modo sostanziale alla qualità e all’originalità della propria offerta. Una nuova generazione di designer, rispettosa di quella cultura del fare che in Italia ha ancora riferimenti importanti, ha avviato sperimentazioni originali puntando su imprenditorialità e capacità di auto-organizzazione. Sul fronte della domanda emerge il profilo di appassionati e di collezionisti che chiedono sperimentazioni di qualità capaci di rinnovare il legame con i mestieri d’arte e le culture locali.

Il lavoro di Secondome ha rappresento il tramite prezioso fra tutti questi mondi, promuovendo un dialogo tutt’altro che scontato. Sarebbe riduttivo, peraltro, pensare all’attività di Claudia Pignatale solo in chiave economica. Il lavoro svolto in questi anni non si è limitato a consolidare la sostenibilità di un mondo in continua evoluzione ma ha contributo a promuovere un vero e proprio laboratorio del contemporaneo per un mondo, quello del design italiano, che oggi è chiamato a ripensarsi profondamente.


CASA ITALIA | RIO DE JANEIRO 2016 | HORIZONTAL

CASA ITALIA | RIO DE JANEIRO 2016 | HORIZONTAL

Di Claudia Pignatale

Quando hanno chiesto a Secondome di curare il progetto di interni di Casa Italia, per le Olimpiadi di Rio de Janeiro 2016, avevo solo una vaga idea di quanto questo lavoro si sarebbe rivelato una sfida.

Le precedenti Case, quartier generale dell’Italia nei Paesi ospitanti, erano state allestite più per necessità e praticità che per rappresentanza.

Ristorante

Il progetto del 2016 aveva un obiettivo completamente diverso: dovevamo mettere in risalto le eccellenze italiane in ogni ambito, dallo sport al design; una vetrina per mostrare al mondo il know how artigianale dietro l’etichetta “Made in Italy” e l’abilità di noi italiani di mescolarci con la cultura del Paese ospitante, allestita nella cornice dello storico Costa Brava Clube a Rio de Janeiro, disegnato negli anni 60 dal celebre architetto Ricardo Menescal.

Beatrice Bertini (co-fondatrice della galleria d’arte Ex Elettrofonica) curava il concept comune all’arte e al design: “Horizontal”.

L’ambizioso obiettivo del progetto Horizontal era promuovere l’Italia in tutta la sua autenticità pressoun pubblico internazionale, e quale miglior testimonial di immagini ed oggetti iconici che hanno trasformato il nostro paese in un punto di riferimento culturale?

Lounge

Horizontal quindi, incarnava una forma mentis, un approccio orizzontale a considerare arte tutto quello che aveva luogo nelle mura della Casa: oggetti, immagini, arredi, cucina e accoglienza.

Casa Italia è stata, per i suoi ospiti, un’esperienza unica di contaminazione virtuosa tra le culture Italiana e Brasiliana, risultata in un ambiente contemporaneo, unico e accogliente.

Tutto richiamava all’idea di integrazione tra Italia e Brasile.

  

Wine Bar                                                                                 Bar

Nella grande sala panoramica del ristorante si alternavano tavoli “Vidun”, disegnati da Vico Magistretti per De Padova, capolavoro di artigianato italiano e ispirati al funzionamento delle viti e tavoli “Quadrato”, sempre per De Padova, grafici, minimalisti ed essenziali, di spirito quasi nordico. Sfruttavano al meglio la luce delle grandi finestre le sedie Gina, di Jacopo Foggini per Edra, traslucide e quasi ricamate in oro e topazio. Campeggiavano sulla sala i lampadari “Big Louie” disegnati da David Nosanchuk e realizzati con una combinazione di tecnologia 3D printing e lavorazioni manuali da .exnovo.

È proprio la posizione della Casa, arroccata su uno scoglio, a suggerire la scelta dei divani “On the rocks” di Edra per le lounge che formavano un arcipelago accogliente, punteggiato dai tavolini “Etnastone” di Emmanuel Babled, realizzati in pietra lavica siciliana. Ad incorniciare la sala una carta da parati dell’artista Francesco Simeti, che con le sue città d’oro realizza un paesaggio assimilabile tanto alle Favelas brasiliane, quanto alle città industriali. Carta da parati che proseguiva il percorso fino al bar, illuminato dalle lampade a sospensione “La Lollo” di Slamp.

Terrazza coperta

Affacciata sulla lounge un cigar bar dalle pareti in pietra, con un divano “Sfatto” di Edra e le poltroncine “Favelas”, disegnate per Edra dai Fratelli Campana, i più importanti designer brasiliani. Bancone, tavolini e retrobancone progettati e realizzati, in legno brasiliano, dall’ebanista Stefano Marolla.

La terrazza coperta era un piccolo angolo di quiete in cui si aveva la sensazione di essere immersi nella natura: il blu cangiante dei divani “Absolu” e delle poltrone-tulipano "Getsuen" di Edra, i tavolini “Brasilia” dei Fratelli Campana per Edra.

La lounge esterna dedicata al motto del Team Azzurro “pronti a volare” era un piccolo angolo di cielo, con i divani “Standard Nuvola” di Francesco Binfaré per Edra, le poltroncine Capitello, Attica e Attica TL di Studio 65 per Gufram, i lampadari a sospensione “Chantal” di Massimiliano e Doriana Fuksas per Slamp e i tavolini da caffè “Bonjour Milan” di Atelier Biagetti.

  

Lounge Azzurri

È stata una vera sfida allestire l’intero spazio. Avevamo una tabella di marcia serrata. Sono stata in Brasile più di un mese e quando sono tornata, stanca ma soddisfatta, ho compreso il vero significato di “saudade”.

Photo by Rui Teixeira


I'M NOT WEIRD, I'M LIMITED EDITION

I'M NOT WEIRD, I'M LIMITED EDITION

Secondome & Padiglione Italia insieme al Fuorisalone, Milano 2015
di Claudia Pignatale

 

Conobbi per la prima volta Padiglione italia a Lambrate durante il Fuorisalone del 2014, quasi costretta da Gio Tirotto con cui stavo curando un allestimento per Onwards, in Brera. Gio mi aveva raccontato di come un gruppo di amici, giovani designers italiani, avessero deciso di mettersi insieme e autoprodursi per farsi conoscere.

 

 

Coexist mod Ground | Schizzo, Gio Tirotto

 

"Disfunzione Mediterranea” mi colpì particolarmente: erano riusciti, con pochi mezzi, a produrre una mostra ricca di pezzi unici, ognuno dei quali rispecchiava il proprio progettista, con un allestimento semplice ma di grande impatto. Quello che mi colpì diquesta operazione e dei ragazzi che l’avevano messa in piedi e tenuta viva per qualche anno, era l’entusiasmo e la passione che ci mettevano.

 

 

Timeless | CTRLZAK

 

Cominciò così un’avventura comune. Decisi di produrre la mostra di Padiglione italia del 2015. 10 designers, un unico semplice brief: disegnare un oggetto in metallo e vetro. Il titolo venne da sé:“I’m not weird, I’m limited edition”. I designer sperimentarono le possibilità di miscela tra due materiali tanto diversi e riuscirono a tirarne fuori una collezione incredibilmente coerente, che incarna il processo Aristotelico della potenza che diventa atto: oggetti apparentemente familiari che tuttavia differiscono dall’usuale con forme originali, nuove e, indubbiamente, strane.

 

(da sinistra) Marco Zavagno (Zaven), Thanos Zakopoulos (CTRLZAK), (in alto) Antonio De Marco e Simone Fanciullacci (4P1B), (in basso) Katia Meneghini (CTRLZAK), Alessandro Zambelli, Matteo Cibic, Claudia Pignatale, Gio Tirotto, Marco Raparelli, Giorgia Zanellato, Francesco Feliziani e Viviana Dell’Acqua (Alhambretto), Enrica Cavarzan (Zaven)