PIÙ DESIGN, MENO DECOR: IL RITORNO DELLA FUNZIONE

PIÙ DESIGN, MENO DECOR: IL RITORNO DELLA FUNZIONE

Di Secondome

In un'intervista di qualche tempo fa, Ronan ed Erwan Bouroullec invocavano una serie di prerogative per i loro progetti, inserendo in quella lista l'onestà, la storia, la qualità del materiale, i segni del tempo e, non ultima, la "funzione".  Non era scontato che la coppia di designer più in vista, apprezzata e invidiata di questi anni tirasse in ballo proprio il concetto di funzione, che da tempo abbiamo smesso di ritenere una costante imprescindibile nel progetto e siamo abituati, piuttosto, a considerare una variabile in balìa dell’ispirazione del creativo di turno. Eppure nel design la funzione sta risalendo da un po' di tempo il sentiero carsico in cui ciclicamente si inabissa, per tornare a palesarsi sotto forma di pezzi di classe in cui non è piegata dall'estetica, ma, anzi, in qualche modo la plasma.

Trespolone, Trespolino e Trespoletto | Michele De Lucchi per Danese Milano

A volta questo ritorno della funzione è esplicito, visibile e rivendicato, altre sotteso e da ricercare dietro patine ed effetti speciali. Ma lentamente è come se ci stessimo riavvicinando a un grado zero del design. Non a caso il 2018 è l’anno di Achille Castiglioni, che nasceva cento anni fa e che cento designer di tutto il mondo hanno celebrato con una mostra firmando ciascuno un oggetto di design anonimo. E non a caso al Fuorisalone di Milano uno degli allestimenti di maggior successo è stata la mostra U-Joints che ha celebrato il giunto in tutte le sue forme.

Bouroullec per Wonderglass | ph Giulio Ghirardi

Degli stessi Bouroullec all'ultima settimana milanese del design si sono apprezzati, tra le altre cose, i vasi della collezione Alcova per Wonderglass, realizzati a mano da mastri artigiani italiani, un bilanciamento raffinatissimo di imperfezioni dovute alle tecniche di stampaggio e produzione del vetro che non dimentica, anzi esalta, l’uso dell'oggetto. I Bouroullec sono gli stessi designer della sedia Elementaire progettata per Hay per essere elegante, low cost e finire nei bar all'aperto delle piazze d'Europa. Qui la tecnica usata è l'iniezione e i giunti scompaiono dopo la lavorazione per dare alla sedia l'aspetto di un pezzo senza saldature.

Nel ritorno della funzione, sono gli italiani a dire forte la loro. Prendiamo Pivot di Giacomo Moor, una collezione di mobili (scrittoio, libreria, console freestanding, mobile contenitore e tavolino) che prende il nome dal meccanismo “pivotante” delle ante che fa a meno delle cerniere e riduce l’estetica all’essenziale. Pivot è una collezione funzionale e raffinata, con un trait-d’union di forte impatto, la struttura in tubolare di ferro, arricchita da piani e mensole in olmo fossile con ante in ottone acidato e patine in quattro colori pensate e realizzate in esclusiva da Fonderia Artistica Battaglia.

 

 

Pivot scrivania | Giacomo Moor

Per restare in Italia c'è chi, come Denis Guidone, ha realizzato la prima poltrona per un marchio in ascesa come Mingardo guardando al segno minimale e modernista di René Herbst, Luigi Caccia Dominioni e alle tecniche di piegatura del legno delle sedute viennesi. Un unico segno avvolgente definisce in loop lo schienale e diventa seduta senza soluzioni di continuità. Le parti imbottite, schienale e struttura, sono collegate da cinghie che diventano l'unico dettaglio della struttura lasciata volutamente a vista affinché si legga tutta l'abilità dell'officina Mingardo, esperta della lavorazione del metallo da generazioni.

Denis Guidone per Mingardo

Anche Ron Gilad alla direzione artistica di Danese Milano rivendica più funzione: per il brand, Michele De Lucchi ha realizzato Trespolone, Trespolino e Trespoletto, "una via di mezzo tra il cavalletto di un pittore e quello di un fotografo" spiega l'architetto e designer. "Un oggetto che quando serve può essere tavolo, appendiabiti, portaombrelli e quando non è più utile può sparire completamente”. Fa sorridere, poi, che lo stesso Gilad abbia disegnato un nuovo portafrutta Fruit Bowl dopo avere raccolto l'anno scorso, racconta lui stesso, le critiche "degli amanti di uva e ciliegie" perché semplicemente gli acini sfuggono al contenitore.

Pensare alla funzione vuol dire anche fare qualche passo indietro con la giusta umiltà.

 


FUORISALONE, QUANDO IL PROTAGONISTA È IL PUBBLICO

FUORISALONE, QUANDO IL PROTAGONISTA È IL PUBBLICO

Di Secondome

Quanto lontano ancora riuscirà a portarci il design con le sue installazioni, dopo l’ultimo Fuorisalone di Milano? È la domanda di queste ore, con gli occhi che si sono appena chiusi su una quantità incredibile di allestimenti. Installazioni con numeri da capogiro, sia per quanto riguarda i visitatori sia per i budget investiti dai grandi marchi: Hermés, Panasonic, Audi, Bulgari… inutile elencarli tutti. Sarà difficile, in futuro, alzare ulteriormente l’asticella della qualità. Perché se già in passato l’obiettivo di questi grandi allestimenti che sono il fiore all’occhiello della Design Week milanese è stato stupire, stavolta si è proprio voluto suscitare un senso di meraviglia.

Bulgari - Infinity mirror

La parola d’ordine quest’anno è stata interazione, spesso anche interattività. Non c’è installazione di successo che non abbia chiesto al visitatore di partecipare, di dire la sua, di intervenire, proiettandolo in percorsi immersivi perfetti per un pubblico il più ampio possibile e trasversale per sesso, età e gusto. Che si tratti dell’enorme pallone gonfiabile a tecnologia zero di Arcadia, la creazione giocosa e ironica con cui Sara Ricciardi si è cimentata con una parola e un concetto complessi come eredità, o del labirinto ipnotico e delle opere spaziali con cui Bulgari ha debuttato al Fuorisalone ingaggiando Mvrdv, Ivan Navarro e Storage associati, ovunque il messaggio ai visitatori è stato lo stesso: venite a partecipare, abbiamo costruito un mondo di design a vostra misura. Così in tantissimi hanno fatto rimbalzare il pallone di Arcadia nella piccola stanza oltre le tende di un cortile delle 5 Vie. A migliaia si sono fotografati davanti agli specchi di Phillip K. Smith III per Cos a Palazzo Isimbardi, forse l’opera più instagrammata di tutta la settimana, o dentro il percorso che John Wines ha costruito per Foscarini in Brera, capovolgendo idealmente pavimento e soffitto, o ancora in mezzo alle travi rosse con cui nel Cortile d’onore di Palazzo Litta Asif Khan ha invitato il pubblico a puntare il naso all’insù, verso il cielo.

Nendo - Forms of movement

Impossibile poi non citare un grande classico come Nendo: lo studio giapponese è da tempo protagonista assoluto del Fuorisalone e quest’anno le sue Forms of movement hanno conquistato con il solito equilibrio tra tecnologia e poesia.

Se si dovesse scegliere una sola di queste installazioni, per catturare il senso dell’offerta della settimana conclusa, penseremmo a My first me: know yoursefl like never before, nello showroom di Issey Miyake. Qui tecnologia, emozione e senso della scoperta si sono fuse in un percorso che era anche un invito a viaggiare alla scoperta di se stessi.

Issey Miyake - My first me: know yoursefl like never before

L’autore, Masahiko Sato, è un esperto di neuroscienze, arti multimediali, animazione e progettazione grafica: la sua installazione permetteva tra le altre cose di liberare la propria impronta digitale in una sorta di piscina composta da grandi monitor, vederla fluttuare e poi richiamarla a sé in qualsiasi momento. Ri-conosci te stesso: Socrate che incontra il design.


FUORISALONE, CHE COSA NON PERDERSI

FUORISALONE, COSE DA NON PERDERE

Di Secondome

 

Quali sono gli eventi da non perdere in questo Fuorisalone di Milano? Abbiamo preparato la nostra lista di eventi e installazioni irrinunciabili.

U-Joints, Equations of Universal Lifestyle.
Partiamo da U-Joints, alla galleria PlusDesign in via Archimede 28.Siamo al grado zero del design, e infatti parliamo di giunti: viti, tubi innocenti, code di rondine, nodi marinari…

Andrea Caputo e Anniina Koivu hanno diretto un team di quindici professionisti che in un anno ha dato corpo a un’ossessione e colmato una lacuna: nonostante i giunti siano alla base di qualsiasi manufatto di design e non, non esisteva ancora un mostra che li catalogasse per dimensioni e materiale, distinguendo quelli anonimi dagli altri d’autore. Un bell’allestimento, con tavoli coperti di teli bianchi a evocare un ricevimento nuziale, corona il riscatto di questi oggetti umili coi quali si sono cimentati anche maestri come Alvar Aalto ed Enzo Mari, Alberto Meda e Vico Magistretti. In mostra pezzi di oltre cinquanta designer e capolavori di falegnameria orientale. E presto arriverà anche un catalogo.

 

Vegan Design
Per chi cerca nel design un filo e una storia, Vegan Design – Or the Art of Reduction al Garage Sanremo in via Zecca Vecchia è un allestimento imperdibile. Per due motivi: l’autore, l’israeliano Erez Nevi Pana, esplora un mondo ancora inedito per il design: il veganesimo. E poi la mostra è curata da Maria Cristina Didero: il suo nome è una garanzia di qualità nella scelta degli autori e nell’approccio narrativo. Erez Nevi Pana disegna e produce mobili rinunciando a qualsiasi componente derivi dagli animali, incluse le colle usate tradizionalmente per il legno. E quando deve raccogliere la seta per i tessuti, aspetta che la farfalla sia uscita dal bozzolo. Il valore del suo lavoro, a prescindere dall’adesione o meno al veganesimo, consiste nel fatto che il designer s’è assegnato un compito difficile, da portare a termine lungo un sentiero angusto, ed è riuscito a realizzarlo rispettando quel codice. Una piccola, grande utopia che prende corpo grazie al design.

  

Vegan Design | Erez Nevi Pana                                       Arcadia | Sara Ricciardi

Arcadia
Siamo nell’universo sognante di Sara Ricciardi. La curatrice Alice Stori Liechtenstein ha arruolato la giovane di Benevento, classe 1989, mentre vive il delicato passaggio da promessa a realtà del design italiano. L’allestimento, Arcadia, in via Cesare Correnti 14 (distretto 5Vie), è una installazione gonfiabile ironica e giocosa sul tema dell’Eredità. Alice Stori Lichtenstein fa cimentare la designer con la “legacy”, appunto, di Schloss Hollenegg, il castello austriaco in cui la curatrice sviluppa il progetto di ricerca che coinvolge giovani designer da tutto il mondo.

Una stanza
Siamo a Ventura Centrale, lo spazio in via Ferrante Aporti 9/21 ricavato nei vecchi magazzini della Stazione che per il secondo anno   si conferma tra le novità più interessanti del Fuorisalone.

Qui il designer eclettico Antonio Aricò ed Editamateria invitano a varcare   un portone, a entrare in un tunnel e, passo dopo passo, a prendere posto in una stanza dove c’è l’indispensabile per vivere. Un  ambiente intimo che ricrea lo spirito e la poetica di Aricò: una credenza, un tavolo fratino, uno scrittoio, una brandina e un quadro. Ciascun mobile ha una funzione e tutto rimanda a un’emozione in   cui convivono intimità e condivisione.

1+1+1 Assab One
Marco Sammicheli torna a curare il fortunato progetto (via Privata Assab 1) dalla formula intrigante: chiamare un architetto, un   designer e un artista a dare tutti insieme un’anima agli ex spazi industriali dell’azienda di famiglia dove si stampavano libri.

Spazio che Elena Quarestani ha dedicato all’arte nel 2002. Per questo Fuorisalone la scelta è caduta su Johanna Grawunder, architetto americano che ha lavorato con Superstudio e Ettore Sottsass, Christoph Hefti, designer del tessile da tempo votato all’arredamento, e Antoni Malinowski, artista polacco che usa il colore per progettare spazi. Il risultato sono opere in cui il senso del format si avverte totalmente. Marco Sammicheli ha spiegato a Domus: “L’invito agli autori arriva tra l’autunno e l’inizio dell’inverno. Chiediamo ai prescelti non solo di presentare la loro opera, ma anche di venire a stare qui, a vivere questa esperienza con noi. Mangiamo insieme, lavoriamo insieme. Un aspetto importante, di accompagnamento quasi goliardico, che integra la curatela del progetto”.

FuturDome e Match
FuturDome in via Paisiello 6 è una novità di questo Fuorisalone. Nel grande edificio liberty che fu la casa degli ultimi futuristi negli anni   40 arriva Ventura dopo il trasloco da Lambrate, dando spazio a progetti innovativi, che spesso trattano temi sociali e gettano un faro sull’avanguardia tecnologica. È qui che trova posto Secondome con   il progetto Match. Già il nome evoca l'idea di un incontro/scontro   tra materiali e forme completamente diversi. Match sono due tavoli e una seduta realizzati da due coppie di designer, a loro volta formate da creativi dall'approccio differente. Atlas è una creazione in bronzo e vetro di Murano disegnata da Hillsideout, il duo italo tedesco composto da   Nat Wilms e Andrea Zambelli che dal 2009 fa dell'incontro tra la lavorazione artigianale del legno e la contaminazione con materiali contemporanei la sua cifra stilistica. Con Fusion, invece, Millim   Studio, ovvero Chiara Pellicano ed Edoardo Giammarioli, entrambi classe 1989, fanno incontrare/scontrare marmo e plexiglass.

 

HH, una visione olandese di salute e felicità
Sempre al FuturDome, l’olandese Alissa Rees porta la sua bellissima storia di studente di filosofia diventata designer dopo un lungo ricovero in ospedale. Quei giorni trascorsi in stanze spoglie e asettiche, l’hanno spinta a cambiare professione. Tra i progetti di Alissa ci sono set di candele per le stanze d’ospedale, strumenti sanitari indossabili per rendere la vita meno complicata ai pazienti e gadget giocosi. Il tutto disegnato con un approccio che è una vera lezione di design dell’empatia.

 

 


MILLIM STUDIO: IL DESIGN MILLENNIAL SPOSA MARMO E PLEXIGLASS

MILLIM STUDIO, IL DESIGN MILLENNIAL SPOSA MARMO E PLEXIGLASS

Secondome intervista Millim Studio

Insieme ad Atlas di Hillsideout, l’altra anima di Match, il progetto che Secondome porta alla Design week di Milano, al FuturDome, è Fusion. Anche in questo caso una coppia di designer lavora all’incontro/scontro di materie diverse, marmo e plexiglass. Ne abbiamo parlato con gli autori, Millim Studio, ovvero Chiara Pellicano ed Edoardo Giammarioli, entrambi classe 1989 e quindi con una prospettiva millennial al loro lavoro di creativi.

Come avete scelto i materiali per questa fusione? Perché proprio marmo e plexiglass?
Eravamo affascinati dal concetto di fusione ma legato alla scoperta. Volevamo fondere per svelare, necessitavamo dunque di un materiale pieno che si lasciasse esplorare dall’interno e di una lente che potesse amplificare ciò che normalmente siamo abituati a vedere.
Il marmo, con i suoi infiniti dettagli ci ha fornito una storia da raccontare, il plexiglass con le sue caratteristiche di trasparenza e distorsione, una perfetta voce narrante.

Fusion Dettaglio

Dove è il valore del lavorare in coppia? Avete sensibilità diverse e vi completate o vi sovrapponete?
Nonostante la direzione sia la stessa, non faremo mai la stessa strada per arrivare a destinazione, crediamo che il valore sia proprio la costante scoperta dell’altro.
Gli approcci e le sensibilità sono diversi, quindi normalmente ci si completa ma altre volte bisogna imparare a sovrapporsi, non con l’intento di sovrastare quanto di comprendere l’altro e a volte seguirlo.

Due anni dopo "design the future", un primissimo bilancio di come è stato questo futuro
Siamo felici, sono stati due anni entusiasmanti e intensi. Si sono aperti nuovi percorsi, stiamo imparando tanto e stiamo avendo la possibilità di spaziare in progetti completamente diversi gli uni dagli altri. Lavorare ad un prodotto per una galleria e un momento dopo lavorare ad un progetto per una multinazionale e ancora subito dopo progettare piccole collezioni in autoproduzione, crediamo che questo sia il miglior regalo che questo futuro ci potesse fare.

Che cosa vuol dire essere designer millennial? Che approccio vi fa avere la vostra età nel disegno e nella progettazione?
Essere designer millennials significa dimenticare la parola target e sostituirla con sentimenti, umori, desideri. Il nostro approccio è questo, cerchiamo di suscitare emozioni per qualcuno che è in ascolto. Le persone vogliono comprendere e “sentire”, per questo diamo importanza a tutto il processo mentale che porta al progetto e cerchiamo di curare tutti gli aspetti che vanno anche oltre la sfera del prodotto, cerchiamo di dare un’ esperienza totale a chi vive il progetto.

Collage The Row

Un'opera non vostra che secondo voi fotografa bene che cosa è il design oggi
Una delle operazioni che più ci ha catturato ultimamente è “Museum League” di Maurizio Cattelan. È quello che noi chiamiamo Progetto. Tutto è al suo posto, concettualmente e commercialmente; ma soprattutto mette al centro il concetto di appartenenza, come abbiamo detto prima, parla a chi è in ascolto ma con una visione potenzialmente popolare e replicabile all’infinito, un progetto raro.

Un artista o designer da cui avete imparato qualcosa e uno a cui vorreste rubare un segreto
Ci ha colpito molto la visione di Christoph Niemann, scrittore, illustratore e graphic designer tedesco. In alcune delle sue illustrazioni e in molte sue interviste racconta i retroscena del suo lavoro: un elogio alla fatica mentale e ai processi che portano alla definizione di un progetto nuovo.
Pensavamo di essere strani a fare tutta la fatica che facciamo per arrivare ad un progetto completo, è stata molto istruttiva per noi, ci ha fatto sentire più “normali”. La fatica fa parte del gioco.
Un segreto da rubare? Sicuramente a Studio Job. Siamo affascinati dalla loro coerenza e dalla forza che riescono a dare a tutti i loro progetti.

 


HILLSIDEOUT: ATLAS, IL DESIGN DELL'UTOPIA CHE ARRIVA DA ATLANTIDE

HILLSIDEOUT: ATLAS, IL DESIGN DELL'UTOPIA CHE ARRIVA DA ATLANTIDE

Secondome intervista Hillsideout

Gli opposti coincidono. E, nel design, generano mondi fino a un attimo prima insondati e impensabili. Come Match, il progetto che Secondome porta alla Design week di Milano, nel FuturDome di via Paisiello. Un progetto che evoca fin dal nome l'idea di un incontro-scontro tra materiali e forme completamente diversi. Match sono due collezioni realizzate da due coppie di designer, a loro volta formate da creativi dall'approccio differente.

Partiamo da Atlas, il tavolo in bronzo e vetro di Murano disegnato da Hillsideout, il duo italo tedesco composto da Nat Wilms e Andrea Zambelli che dal 2009 fa dell'incontro tra la lavorazione artigianale del legno e la contaminazione con materiali contemporanei la sua cifra stilistica.

Il passato nella vostra ispirazione ha un ruolo fondamentale, in questo caso andate a ripescare il mito di Atlantide. Perché? 
Introducendo due nuovi materiali, il bronzo e il vetro di Murano, li abbiamo associati a quest’isola mitologica di fuoco e ghiaccio, famosa per i suoi metalli. Giocando con questa idea, abbiamo realizzato il primo arredo, un tavolino chiamato Atlas che segna l’inizio di una collezione di mobili utopici che sarebbero potuti appartenere al Titano Atlante della mitologia greca, primo re della paradisiaca e iper civilizzata isola di Atlantide. E proprio perché di Atlantide, Atlas è distrutto e in qualche modo diverso. Ha un’anima in acqua, perché senza non potrebbe esistere, ‘congelata’ per diventare vetro, insieme fragile e solido. E utilizzabile.

 

Atlas work in progress

Qual è la logica che usate nell'associare materiali contemporanei al legno? 
In questo progetto abbiamo usato il legno soltanto per fare il modello da cui ricavare il calco. Nonostante ciò si sente la sua presenza. Questo per dire che il contemporaneo siamo noi, è la nostra mente, non sono i materiali. Ciò non esclude che il legno sia il materiale che si adatta a molte nostre esigenze e perciò fa sempre parte del nostro lavoro. Vogliamo esprimere una dinamicità che può essere suscitata sia dai materiali che dai concetti.

Come avete scelto i materiali per questo progetto? 
Ci piace lavorare con materiali liquidi, in grado di trasformarsi in uno stato solido. Per questo abbiamo pensato a un progetto dove due materiali simili e allo stesso momento molto diversi potessero combaciare e darsi forza.

Come può un creativo che coltiva la memoria fare un buon design senza scadere in quel culto della nostalgia che è diventato una moda? 
Bisogna sempre guardare dentro se stessi.

Nat Wilms e Andrea Zambelli | PH Ruy Teixeira

Siete nati come duo anche per rilanciare la manifattura. Dal 2009 a oggi, come avete visto crescere questo mondo dell'alto artigianato?

È difficile generalizzare, ma per quanto riguarda i mobili, abbiamo visto poca ricerca legata all’alto artigianato come se non ce ne fosse bisogno in questo momento storico. L’interesse va verso l’effimero e quindi lo spazio come i materiali vengono percepiti diversamente. Detto ciò, troviamo che sia molto importante dare un contrappeso e tornare alla materia.

Un artista o designer da cui avete imparato qualcosa e un altro a cui rubereste un segreto?
Abbiamo due trascorsi formativi molto diversi e anche i nostri mentori lo sono. Ci troviamo però d’accordo sui registi italiani del dopoguerra come Michelangelo Antonioni, per la sua visione estetica e umana che non si perde nelle emozioni.


STUDIO 54, IL DESIGN CHE CAMBIÒ IL NIGHTCLUBBING

STUDIO 54, IL DESIGN CHE CAMBIÒ IL NIGHTCLUBBING

Di Secondome

Oggi è normale associare le parole design e discoteca, ma nel 1977, quando apriva le porte per la prima volta a Manhattan lo Studio 54, l’incontro di architettura e nightclubbing era ancora qualcosa più che roba da pionieri.

Negli anni Sessanta c’era stata l’onda lunga delle discoteche tirate su in Italia dal Radical design, citate ancora adesso in tutto il mondo come esempi di spazi in cui un pensiero architettonico non mainstream, l’arte e la cultura del tempo libero si legavano in un unicum inscindibile. Ma ci vuole lo Studio 54 (e la discomusic vera e propria, nata negli anni Settanta) perché l’interior design compia un passo in più verso la spettacolarizzazione del dancefloor, concepito come un vero e proprio spazio teatrale in cui muoversi e celebrarsi come protagonisti di un copione patinato anche solo il tempo di una notte.

Gianni Arnaudo

Una (bella) mostra al Vitra Design Museum di Weil am Rhein, vicino a Basilea, fino al 9 settembre, è l’occasione perfetta per ripercorrere quella stagione d’oro che ha i suoi prodromi nel Radical design italiano e arriva almeno fino all’inizio del Duemila.

Paolo Mussat Sartor

In Night Fever. Designing Club Culture 1960 – Today non poteva non trovare spazio la storia dello Studio 54. Una storia che interessa gli appassionati di interior per due motivi: per l’architettura del club, ovviamente. Ma anche perché Ian Schrager, titolare e padre del locale con Steve Rubell, è lo stesso imprenditore che negli anni Ottanta si lancia nel mondo dei boutique hotel fino a diventare il guru riconosciuto di questa forma di ospitalità di lusso, lontana dal gusto delle grandi catene alberghiere. Anticipando le tendenze, Schrager (con Rubell) porta nel mondo delle discoteche quell’approccio scenografico che, poi, caratterizzerà anche gli hotel a tema e d’atmosfera dove il piatto forte sono proprio l’architettura e il design.

Rod Lewis

Ecco, allora, lavorare per lo Studio 54 due architetti quotati dell’epoca come Ron Dowd, appassionato di Art Deco, e Scott Bromley. E poi un lighting designer (Brian Thompson) e un flower designer (oggi si chiamerebbe così) Renny Reynolds. Lo Studio 54 fu completato in un mese e mezzo. Il produttore di Saturday Night Fever, Robert Stigwood, chiese di poter girare il film nel locale in costruzione, ma Schrager disse di no, perché Stigwood avrebbe voluto prendere il controllo dei lavori. Affinché la pista dello Studio fosse qualcosa di originale e mai visto, il pool di architetti la separò dal resto dei locali, proprio come il palco di un teatro è separato dalla platea.

Gustav Volker Heuss

L'illuminazione, poi, doveva essere morbida ed elegante per accentuare il design e le forme architettoniche: vi lavorarono due eccellenze come Jules Fisher e Paul Marantz e il risultato – niente luci stroboscopiche ma fari aeroportuali che illuminavano le figure umane in stop-motion - fu quell’atmosfera a metà tra una pista e un palcoscenico. La stessa atmosfera in cui Bianca Jagger si calò un giorno, in sella a un cavallo bianco, per festeggiare il suo compleanno.

 


DESIGN AUTOPRODOTTO: LA RIVOLUZIONE CHE DIVENTA TENDENZA

DESIGN AUTOPRODOTTO: LA RIVOLUZIONE CHE DIVENTA TENDENZA

Di Secondome

Andrea Salvetti | Mazzolin di fiori, Art-Basel

Nel design come nella moda, può essere brevissimo il passo che trasforma un fenomeno di nicchia in tendenza. Prendiamo il caso dell'autoproduzione: è perfetto per illustrare come un movimento vero e proprio, seppure mai codificato e senza un manifesto, nato con l’ambizione implicita di cambiare lo status del designer riunendo in una sola figura quelle di autore, editore e produttore, possa nel giro di qualche anno conquistare l'attenzione dei critici e del pubblico affermando una serie di creativi sulla scena internazionale e diventando lo spunto di mostre e rassegne quotate. Basti pensare a quanto e come è cresciuta Operae, la fiera torinese del design indipendente.

Sono passati ventun anni da quando Alessandro Ciffo debuttava con i s uoi primi vasi in silicone, inaugurando un percorso che col tempo e una ricerca paziente condotta sulla plastica e le sue potenzialità lo avrebbe portato a realizzare opere, come quelle recentissime, in cui il materiale sintetico arriva a prendere il respiro e il colore del vetro di Murano: "Quando ti accorgi che il silicone non serve solo a sigillare un particolare, ma a crearlo, allora inizia una nuova era" è la frase che non a caso apre l'homepage del suo sito.

 

 

 

Alessandro Ciffo | PH Damiano Andreotti

Ancora prima di Ciffo, nel 1991, esordiva nel suo laboratorio-officina in Toscana un altro pioniere come Andrea Salvetti, mentre bisogna risalire agli anni Ottanta per trovare le radici italiane, tra Roma e Bologna, dello svizzero Dum Dum, che in Emilia apriva la galleria Interno per poi lanciarsi in collaborazioni internazionali e mostre in giro per il mondo. Parliamo di figure eclettiche e, come spesso succede nell'universo dell'autoproduzione, in bilico tra design e arte. Figure che spingono oltre il confine stesso dell’atelier, che con loro assume più la dimensione di una vera e propria fabbrica. Quelle di Salvetti, per esempio, sono opere di grandi dimensioni, realizzate con tecniche e materiali diversi, a partire dai metalli da fusione, tutte concepite e seguite personalmente da questa singolare figura di autore che in sé riassumeva anche quella dell'operaio e dell'imprenditore. Salvetti è scomparso a 49 anni nel 2017: due mesi prima, aveva pubblicato un annuncio col quale cercava una figura che lo aiutasse nello sviluppo delle idee e nella fase di realizzazione. Il lavoro era aumentato e lo staff andava allargato, segno che l'autoproduzione ha un suo mercato in crescita.

Lo conferma, pescando una storia più recente ma di uguale successo, il caso di Giacomo Moor, classe 1981, gavetta in bottega e laurea al Politecnico lombardo con una tesi che è il biglietto da visita perfetto, quasi il manifesto, della sua poetica: Difetti di pregio. Ebanisteria tra scultura e design. E tra scultura e design si muove con ottimi risultati anche Stefano Marolla, romano, in grado di dare al legno un movimento e un segno ispirato nientemeno che al Bernini.

Ma perché un creativo sceglie la via dell'autoproduzione? In Italia dobbiamo risalire a Enzo Mari per trovare una traccia di pensiero codificato dietro una scelta che mira a portare il pubblico ad appropriarsi anche fisicamente del progetto realizzando mobili con le proprie mani. Oggi l’autoproduzione prende piede soprattutto nelle scuole, tra i giovani creativi che vedono nell’abbattimento degli steccati tra figure diverse la possibilità di consegnare al mercato manufatti e artwork concepiti, prodotti e - grazie al web - perfino distribuiti in maniera autarchica. Tocca poi a curatori, critici e talent scout scovare i designer più originali e buttarli nella mischia. La parabola dell’autoproduzione s’intreccia così con quel Futuro artigiano – come dal libro manifesto di Stefano Micelli – che è uno dei palchi su cui provare a mettere in scena la ripresa economica del Paese attraverso la creatività.

Dum Dum e Alessandro Ciffo Sambamasai


LANZAVECCHIA+WAI: IL DESIGN COME UN SOGNO SENZA CONFINI

LANZAVECCHIA+WAI: IL DESIGN COME UN SOGNO SENZA CONFINI

Secondome intervista Lanzavecchia+Wai

Una a Pavia, l’altro a Singapore. Più che un sodalizio, un’alchimia che sfida le distanze e trova l’ispirazione nell’incontro di culture e approcci differenti. Francesca Lanzavecchia e Hunn Wai si incontrano nel 2006 alla Design Academy di Eindhoven, tre anni dopo fondano lo studio Lanzavecchia + Wai che, da allora, sfida le convenzioni del design con mobili, collezioni e oggetti che intrecciano ragione e sentimento, artigianato e industria, raffinatezza e gioco.

 

Chi Sono Francesca Lanzavecchia e Hunn Wai?
“Siamo dei sognatori, dei viaggiatori dei romantici razionalisti che vivono e cercano di costruire un “Brave New Word” senza barriere e confini”.

Uno studio diviso tra due paesi, lontani anzi lontanissimi, come riuscite a progettare a quattro mani?
“Dobbiamo ringraziare la tecnologia che ci fa sentire quasi seduti alla stessa scrivania: cloud, videoconference sono per noi all’ordine del giorno… E quando si tratta di dover controllare le proporzioni di qualcosa in scala reale, modelli fisici in entrambi gli studi da valutare e testare. Ovviamente fino a quando non avremo a disposizione il teletrasporto”.

 

 

 

Qual è il materiale con cui vi sentite più affini?
“Di volta in volta, da progetto a progetto ci innamoriamo dei materiali con cui lavoriamo e ci immedesimiamo nei materiali stessi. Anche il metallo, che credevo un materiale così lontano, se lavorato dalle mani giuste assume flessibilità e calore. Comunque, se proprio dobbiamo rispondere in maniera istintiva, per me (Francesca) è il tessuto: è il materiale più flessibile, simile non a caso al nostro tessuto sensibile più esteso, la pelle. Ed è il materiale con cui possiamo stabilire il rapporto più intimo e che può portare impressi i simboli della nostra cultura. Per me (Hunn), invece, è il legno; un materiale stratificato dal tempo”.

Nei vostri lavori c’è molta ricerca, ma anche la tradizione artigiana da ogni parte del mondo. Come affrontate un progetto?
“Partiamo sempre dalla conoscenza approfondita del contesto: sociale, produttivo, di utilizzo. Per farlo ci avvaliamo di quello che viene chiamato il lateral thinking; nutrendoci di informazioni che vengono dai campi più disparati dall’osservazione alle scienze umanistiche fino alle conoscenze tecnologiche. Nel corso della design research sviluppiamo anche un punto di vista ben preciso a proposito del tema o del progetto di cui ci stiamo occupando. Il prodotto finale di ogni ricerca è l’oggettivazione di tutte queste conoscenze e del nostro sentire”.

Qual è l’oggetto che avreste voluto disegnare?
“Ci stiamo occupando della progettazione delle vetrine per i negozi di Hermes a Singapore. Da tempo desideravamo fare un progetto in cui poter dare libero sfogo alla creatività senza limiti funzionali e di utilizzo. Un vero e proprio sogno ad occhi aperti”.

E l’oggetto che vorreste disegnare? 
“Vorremmo confrontarci di più con gli spazi progettando installazioni, interni, ambienti che portino poesia, leggerezza e gioco nel nostro quotidiano e che siano davvero capaci adeguarsi ai bisogni della nostra società e delle nostre vite in continua evoluzione”.


MILLENNIAL PINK

MILLENNIAL PINK

Di Secondome

The Gallery - Sketch

Al ristorante The Gallery di Londra, all’interno del più ampio e raffinato locale Sketch dedicato alla musica e all’arte, una regola fissata dai fondatori Mourad Mazouz e Pierre Gagnaire prevede che l’allestimento e le opere ospitate cambino ogni due anni. E così è stato, in effetti, dal 2002 a oggi. Con una eccezione: il colore degli interni, quella particolare nuance di rosa scelta dall’interior designer India Madhavi nel 2014 in contrasto con le illustrazioni ora ironiche ora inquietanti di David Shrigley e rimasta immutata da allora.

Il motivo di questa eccezione è semplice: dal giorno in cui Madhavi ha scelto per le pareti e gli arredi di The Gallery il rosa quarzo, quella tonalità ha iniziato a influenzare gli interior di tutto il mondo, spingendo la stessa Madhavi a replicarla in altri progetti di successo. Nel frattempo la nuance finiva sulle passerelle, sul web (dove una generazione di graphic designer l'aveva qui e là anticipata qualche anno prima) e sui gadget tecnologici, spingendo addirittura il New York Times a dedicarle un nome decisamente pop, Millennial pink, che associa il colore al gradimento del pubblico under 35.

Grand Budapest Hotel

Certo, il 2014 è anche l'anno del Grand Budapest Hotel di Wes Anderson e di quegli interni onirici giocati sulle sfumature del rosa. E sei anni prima, nel 2008, era stato Julian Schnabel a dipingere di rosa gli ultimi piani del suo "Palazzo Chupi" a New York. Ma c'è voluta Madhavi perché il Millennial pink fosse dichiarato da Pantone, nel 2016, colore dell'anno, in abbinamento con l'azzurro Serenity. Nel frattempo il rosa quarzo era finito nelle collezioni di Gucci, Marni, Balenciaga e Valentino. La stessa India lo ha replicato con successo negli store RedValentino di Milano e Londra e, da ultimo, nella collezione di tappeti con cui ha debuttato da poco, realizzata in partnership con la francese Manufacture Cogolin e battezzata Jardin Interieur. "In genere si ha paura dei colori" ha spiegato Madhavi a proposito di quest'ultima collezione, "e quindi nell'arredamento funziona esattamente come con il guardaroba: è molto più comodo vestirsi di nero e non rischiare che mischiare le tinte e osare. Io invece amo contrapporre i colori tra di loro, come fosse un combattimento. L'idea del rosa per The Gallery è nata proprio per dare vita a un contrasto forte con il resto della scena e le opere di Shrigley".

RedValentino | Roma, via del Babuino

Ma perché piace tanto, il millennial pink? E, soprattutto, quanto è destinato a resistere? Se Madhavi - nata a Teheran da madre egiziana e padre iraniano - è arrivata a sceglierlo carica delle suggestioni di un'infanzia globetrotter trascorsa tra America ed Europa, affascinata dai cartoon e dalla cultura pop d'Oltreoceano, per i creativi più giovani il rosa quarzo rappresenta un orizzonte rasserenante e allo stesso tempo grintoso, come il fondale su cui mettere in scena tutta la fluidità, inclusa quella sessuale, dei nostri giorni e delle loro vite. Neutro ma non neutrale, quasi pastello ma deciso, abbinabile a qualsiasi altro colore ma senza perdere carattere, per Pantone il rosa quarzo, associato all'azzurro serenity, "riflette connessione e benessere, nonché un rilassante senso di ordine e di pace". Alle ultime due edizioni di Maison & Objet a Parigi, a settembre e a gennaio, il millennial pink era ancora dominante, con Tom Dixon, Nomess, Petite Friture e Nude impegnati a editare o rieditare pezzi in questa nuance. Ora la parola passa a Milano: la prossima Design week vedrà o no un passaggio di testimone ad un altro colore?


MATTEO CIBIC: COSÌ IL MIO "VASONASO" É DIVENTATO UNA DIPENDENZA

MATTEO CIBIC: COSÌ IL MIO "VASONASO" É DIVENTATO UNA DIPENDENZA

Secondome intervista Matteo Cibic

Vasonaso 2017 

Se il design è (anche) l’arte di conciliare gli opposti, allora Matteo Cibic ne è un esponente di punta. Da un lato l’iperattività di un uomo che a 34 anni ha già imposto le sue creazioni dal Centre Pompidou di Parigi allo Shanghai Museum of Glass. Dall’altro la dedizione, la costanza e il metodo che lo hanno portato a trovare ispirazione in Giorgio Morandi. VasoNaso è nato così: dall’idea di replicare un’ispirazione alla maniera diMorandi, cogliendone attraverso le varianti un aspetto diverso. Il risultato sono stati, appunto, i 365 vasi di VasoNaso, uno per ogni giorno del 2016, sintesi perfetta di iperattività e metodo. Un progetto che, come spiega qui Matteo, non è concluso, anzi.

Chi è Matteo Cibic?
“Un ragazzo alto, biondo, a cui piace disegnare e produrre oggetti e spazi inaspettati”.

Hai realizzato uno dei progetti autoprodotti più interessanti e ricercati degli ultimi anni: Vasonaso è una storia finita o pensi a un seguito?
“Vasonaso è un progetto nato con l’esigenza di capire come alcune persone riescano a condurre per decadi se non per tutta la vita la stessa ricerca artistica.

In quanto ragazzo iperattivo, sono affascinato dalle persone metodiche, e ho sperimentato per un anno l'ossessione dei pittori di nature morte. Ho scoperto una pratica zen che mi diverte e mi permette di scoprire nuove relazioni tra forme e colori, ho realizzato vasi (molto spesso repliche di vasi antichi) assemblandoli in composizioni fotografiche. Ho maturato una leggera forma di dipendenza pertanto continuo a produrre Vasonaso unici destinati a gallerie per continuare i miei studi sociologici sugli oggetti”.

 

Matteo Cibic in laboratorio di Soffiatura

 

In un’intervista hai affermato che Giorgio Morandi ha dipinto la stessa cosa tutta la vita, e che volevi provarci anche tu. Forse ricerchi il Vasonaso perfetto?
“Non esiste il Vasonaso perfetto. La loro bellezza sta nel metterli insieme e trovarne relazioni e rapporti sempre diversi e talvolta buffi”.

Il primo aggettivo che viene in mente guardando i tuoi lavori è ironico. Qual è il tuo approccio ai nuovi progetti?
Mi piace pensare a oggetti dalle funzioni ibride e non facilmente catalogabili”.

Qual è il materiale con cui ti senti più a tuo agio?
“Ceramica e vetro, certamente”.

Che cosa ti piacerebbe disegnare e ancora non hai disegnato?
“Un boutique hotel ovunque nel mondo”.

Collezione Uzito per Secondome