IL DESIGN DENTRO AL TUNNEL. PER FAR RIFLETTERE

IL DESIGN DENTRO AL TUNNEL. PER FAR RIFLETTERE

di Secondome

Dentro a quei tunnel il design riflette sui massimi sistemi. Per esempio: si può resistere al bombardamento di immagini e suggestioni che ogni giorno ci arrivano a centinaia dal web e dai social network o siamo avviati irreversibilmente a diventare spugne senza più la capacità di distinguere quel che è irrilevante da ciò che è di qualità? E ancora: siamo più in grado di relazionarci col prossimo capendo realmente chi e che cosa abbiamo di fronte, o abbiamo perduto l'empatia che è alla base del vivere sociale?

Freitag

C'è un fil rouge di temi attualissimi che quest'anno si dipana al Fuorisalone di Milano sotto forma di installazioni, incluse alcune tra le più spettacolari del 2019. La scena è quella degli ex Magazzini Raccordati, ovvero i tunnel della Stazione Centrale dove per il terzo anno consecutivo Ventura Projects porta una serie di allestimenti a cura di creativi di vaglia commissionati da marchi internazionali. Lungo questo filo trovano posto riflessioni sotto forma di schermi, arredi e tecnologie che tra una sensazione tattile e un'esperienza immersiva proveranno a instillare dubbi e a veicolare visioni critiche.

Freitag, per esempio, il marchio svizzero di borse ricavate da teloni di tir, e dunque riciclate e riciclabili, ha chiesto a Georg Lendorff di inscenare un percorso che suggerisca al pubblico - in maniera inusuale - una riflessione sul cattivo design. L'installazione si intitola Unfluencer e dà per scontato che nella settimana milanese si parli soprattutto di buon design, di qui l'esigenza di esplorare l'altro lato della medaglia.

Tell me more - Rapt

Sempre in tema di riflessioni sociali, si annuncia interessante anche Tell me more, non fosse altro perché a realizzarla è nientemeno che Rapt, lo studio americano che progetta in tutto il mondo spazi per i giganti del web e non, da Google a Dropbox, da Hbo a Vans passando per The North Face, Twitter e PayPal. Da Rapt si entrerà come singoli individui per uscire sentendosi parte di un gruppo. Come? In pratica, si passerà di sala in sala rispondendo alle domande formulate dal visitatore che ci ha preceduto, in una catena che serve a sviluppare la coscienza di essere parte di un insieme e non individui lontani dal prossimo. L'installazione, in due parti, consiste in una camera di arrivo e in un'ampia sala che funge da sfondo per esplorare la connessione umana. Quando gli ospiti entrano per la prima volta nello spazio, vengono accolti da piccoli "palcoscenici" circolari e drappeggiati che sono la riproduzione di una sorta di teatro personale. In questo piccolo teatro, a ciascun ospite è posta la domanda formulata dallo sconosciuto che lo ha preceduto. Il tutto in un'atmosfera suggestiva che stimola a parlare, a interloquire, a comunicare. Il bello del design: farci uscire tutti dalle bolle in cui, chi più chi meno, ci siamo tutti rinchiusi.


THE DESIGN CITY, IL LIBRO CHE CELEBRA MILANO CON I SUOI CREATIVI DI IERI E DI OGGI

THE DESIGN CITY, IL LIBRO CHE CELEBRA MILANO CON I SUOI CREATIVI DI IERI E DI OGGI

di Secondome

A volte per andare avanti bisogna prima fermarsi. Fare un riassunto veloce, una sintesi di quel che si è fatto per poi ripartire, con le idee più chiare di prima e obiettivi nuovi. Milano vive da anni il suo momento di massimo splendore. Il design ha dato alla città un'iniezione di fiducia e un palcoscenico da cui ogni giorno arrivano al resto del mondo immagini di una creatività in fermento. Ma per continuare a viaggiare veloci, serve sapere da dove si arriva, chi si è stati prima. In una parola, occorre ripercorrere la propria storia e il proprio Dna. È lo sforzo che fa un libro, denso e bellissimo: si intitola The design city - Milano città laboratorio, lo hanno curato Anna Mainoli e Marco Sammicheli ed è edito da Forma edizioni in collaborazione con il Salone del mobile.

Il volume ripercorre la Milano del design di ieri e di oggi. Una parte è dedicata agli studi del passato, ai padri e alle madri nobili della disciplina che ha determinato il successo della città nel mondo, un'altra ai loro eredi, le generazioni successive e ancora all'opera che hanno ridisegnato il mondo dopo che a progettarlo erano stati i grandi maestri. Un libro necessario, un atlante quasi, con duecentocinquanta fotografie e un'ottantina di ritratti, un baedeker si sarebbe detto una volta, che mostra in filigrana attraverso le foto degli studi dei fratelli Castiglioni, di Vico Magistretti, di Giulio Iacchetti, ma anche di professionisti stranieri come Nendo, comunque molto attivi a Milano, le ragioni per cui questa città è insieme un laboratorio e il laboratorio del design. Una città che, come rivela proprio questo viaggio negli studi dei designer, è ormai policentrica, come la sua Design Week che continua ad allargarsi di anno in anno conquistando nuove zone e nuovi distretti. Una città, per dirla con uno dei due curatori del volume, Marco Sammicheli, promuove azioni votate alla qualità, alla convivenza, alla possibilità, al bene comune.

"Il patrimonio di conoscenza che Milano ha saputo custodire e sviluppare si tramanda e diventa incubatore per la creatività del domani", scrive il presidente del Salone del mobile Claudio Luti nell'introduzione, mentre Stefano Boeri, presidente della Triennale, parla di una città unica, "una metropoli piccola e intensissima, con il desiderio di nuovi spazi e la capacità tecnica di innovare nel campo dei materiali e dei tessuti, insieme alla formidabile voglia di rischio creativo che Milano racconta, anche e soprattutto nella dimensione delle intense relazioni interpersonali che si snodano al suo interno".


FORMAFANTASMA, DAL CEMENTO DI NERVI ALL'ALCANTARA

FORMAFANTASMA, DAL CEMENTO DI NERVI ALL'ALCANTARA

di Secondome

È un momento particolarmente fecondo per i Formafantasma. Il duo composto da Andrea Trimarchi e Simone Farresin arriva da Ore Streams, l'allestimento alla Triennale di Milano all'interno di Broken Nature con cui esplorano le possibilità creative dei rifiuti elettronici, e si preparano al Fuorisalone 2019, dove presenteranno, in collaborazione con Dzek, ExCinere, una collezione di superfici per l'architettura frutto delle loro indagini sull'Etna.

In mezzo, c'è Nervi in the making, l'installazione al Maxxi di Roma che inaugura oggi, in collaborazione con Alcantara e con la curatela di Domitilla Dardi. Un progetto che esalta l'attitudine del duo alla ricerca sui materiali e all'esplorazione di nuove formule creative, che diventano poi lo spunto per una riflessione più critica e concettuale sul design.

Dopo aver consultato gli archivi del Maxxi Architettura, Trimarchi e Farresin hanno deciso di confrontarsi con l’opera Pier Luigi Nervi. Il risultato è un’installazione che ricrea un ambiente, fisico e mentale al tempo stesso, a scatole cinesi per raccontare quanta importanza possa avere un materiale nel lavoro di un progettista.

I due designer si sono accostati all’archivio del maestro indiscusso nella progettazione del ferro-cemento per comprendere appieno il suo lavoro sulla materia, scoprendo inedite e inaspettate analogie con un materiale apparentemente molto diverso come l’Alcantara.

Versatile, funzionale, adatto a molte applicazioni e interpretazioni, capace di collaborare con altri materiali: sono caratteristiche che possono ben descrivere le qualità del cemento, di cui Nervi è stato nel Dopoguerra un pioniere e uno sperimentatore ineguagliabile, ma sono qualità proprie anche dell’Alcantara, un materiale nato per progettare un altro futuro, quello del nostro presente contemporaneo. “Struttura - spiegano i Formafantasma - è la parola chiave che più di ogni altra accomuna i due materiali. Nervi ha dimostrato con una ricerca impressionante, fatta di prove, test e calcoli, le conquiste di cui il cemento poteva essere portatore. Grazie al suo lungimirante lavoro il nostro Paese è stato costruito negli ultimi sessant’anni. Noi ci siamo addentrati nell’Alcantara con uno spirito analogo e ne abbiamo studiato le ampie potenzialità di applicazione. Ma soprattutto abbiamo sperimentato ciò che lo rende un materiale unico nel suo genere, governato da una sorta di intelligenza artificiale che lo rende incredibilmente duttile”.

“Lavorare con Studio Formafantasma - racconta Domitilla Dardi - significa sempre seguire un lavoro di ricerca che procede mescolando conoscenza scientifica e istinto progettuale. Mai come in questo progetto su Nervi queste loro due anime sono emerse nitide: la passione dei ricercatori che rileggono il lavoro a suo tempo fatto da un grande studioso dei materiali come Nervi e la capacità progettuale di fare entrare queste riflessioni in una propria opera.”


VERSO IL FUORISALONE TRA RICERCA, INSTAGRAMMABILITÀ E MAESTRI

VERSO IL FUORISALONE TRA RICERCA, INSTAGRAMMABILITÀ E MAESTRI

di Secondome

Manca poco più di un mese alla prossima Design week di Milano, ma dalle anticipazioni partite già alla metà di febbraio è possibile cogliere linee, ispirazioni e tendenze di un Fuorisalone che proverà ancora una volta a battere i record di affluenza.

Gaetano Pesce | Up | Courtesy photo 

Per quanto è dato sapere fin d'ora, sarà una rassegna fortemente polarizzata, forse più che in passato: da un lato installazioni ad alto contenuto spettacolare, tutte da instagrammare, perfette per alimentare l'effetto meraviglia che ogni anno genera code lunghissime. Al polo opposto, mostre maggiormente votate alla ricerca, percorsi che spesso hanno a che vedere con la scienza, la chimica, la biologia, la sostenibilità. Antropocene, per dire, non è soltanto la parola chiave di "Broken Nature", la Triennale di Paola Antonelli, ma un tema, quello del rapporto tra uomo, design e natura, declinato anche altrove, per esempio nella mostra del design belga da sempre presente a Milano con iniziative di spessore. Ritroveremo anche quest'anno il mix di stupore e approfondimento che è la cifra della rassegna. In mezzo, il filone consolidato legato al design delle mani, artigianale, interpretato nientemeno che da un maestro come Ugo La Pietra, che in zona 5Vie sarà protagonista della mostra "Design Territoriale, Genius Loci".

Ugo La Pietra | Design Territoriale Genius Loci | oggetti in alabastro di Volterra

È un allestimento che esplora l’interesse di La Pietra per il mondo dell'artigianato artistico capace di sostenere e rappresentare l’opera d’arte, capace di diventare laboratorio di ricerca per il design e nello stesso tempo ridare strumenti per connotare l’architettura. Il risultato di questa attività ha portato alla consapevolezza del grande patrimonio che ancora contraddistingue il nostro territorio facendo nascere la tendenza sempre del “design territoriale”, una progettazione che nasce attraverso l’analisi delle risorse del territorio, non solo materiali, ma rappresentate anche da quei valori di tradizione, tecniche di lavorazione che nel tempo si sono sedimentati e costituiscono il nostro patrimonio artistico e culturale. Le opere esposte saranno un saggio delle collezioni di oggetti progettati da Ugo La Pietra e da altri artisti e designer e realizzati da artigiani che hanno così rinnovato la loro tradizione artigianale, espressione della loro cultura e del loro territorio.

Ugo La Pietra | Design Territoriale Genius Loci | Cactus

Tra le tante aree produttive ancora vitali, dal mosaico di Spilimbergo, Monreale e Ravenna alla pietra leccese e di Lavagna, all’alabastro di Volterra, ai marmi di Carrara e del veronese, ai vetri di Murano, Altare e Colle Val d’Elsa, alle ceramiche di Grottaglie, Caltagirone, Vietri sul Mare, Albissola, Faenza fino ai bronzi del veronese.


LA XXII TRIENNALE DI PAOLA ANTONELLI: "CI ESTINGUEREMO, MA CON IL DESIGN SARÀ PIÙ BELLO"

LA XXII TRIENNALE DI PAOLA ANTONELLI: "CI ESTINGUEREMO, MA CON IL DESIGN SARÀ PIÙ BELLO"

di Secondome

Il via è fissato il primo Marzo, quando l'arte, il design e le installazioni provenienti da ventisei Paesi di tutto il mondo saranno finalmente visibili al pubblico dopo mesi di battage che hanno già fatto di "Broken Nature: Design Takes on Human Survival" l'appuntamento culturale per antonomasia del 2019. Si tratta della XXII Esposizione Internazionale della Triennale di Milano. Una mostra firmata da Paola Antonelli, senior curator del Dipartimento di architettura e design del MoMA di New York, e da un team di grande livello che può contare su Ala Tannir, Laura Maeran ed Erica Petrillo per la curatela, su Laura Agnesi e Marco Sammicheli per le partecipazioni internazionali e Studio Folder con Matilde Cassani per l’allestimento.

Capsula Mundi, Anna Citelli e Raoul Bretzel

È un concept, quello di Broken Nature, che, come anticipato dalla stessa Antonelli in questi giorni, ha l'obiettivo di sfaldare certezze con la stessa forza con cui i cambiamenti climatici stanno sciogliendo i ghiacciai e aprendo l'umanità a una sorte nuova. Il focus è sulla natura "spezzata", sul posto che l'uomo occupa nel Pianeta, sul destino della Terra irreversibilmente votato all'estinzione. "Che ci estingueremo, è certo" spiega Antonelli, "è soltanto questione di tempo. Il design può però accompagnarci all'estinzione provando a rallentarla. I designer amano le costrizioni, e l'estinzione è un'ottima costrizione".

Llareta #0308-2B31 (Up to 3,000 years old; Atacama Desert, Chile), from The Oldest Living Things in the World by Rachel Sussman

Nel ribaltare certezze e concetti, mettendo in discussione l'antropocentrismo e i suoi corollari sedimentati dal tempo, Antonelli sfida anche i luoghi comuni lessicali. Parla della mostra come di un "festival della sostenibilità", salvo aggiungere di non amare la parola sostenibile e di preferirle "ricostituente". La sfida che il design deve darsi, sostiene, è di accompagnarci all'estinzione in maniera etica, ma anche "elegante e sensuale".

Copyright Pnat s.r.l., 2018

Nel lessico di Antonelli, design e natura sono entità politiche. Nella sua geografia, l'epicentro non è l'Occidente, ma Paesi come il Brasile o interi continenti come l'Africa dove la scienza, la tecnologia e i designer stessi sperimentano approcci e soluzioni alle emergenze che in queste fette di mondo si fanno più pressanti. Il senso dell'urgenza è difatti un altro focus, per "lasciare al visitatore l'idea che dobbiamo ragionare e vivere con la consapevolezza di un tempo lungo, quello in cui si manifestano gli effetti sul Pianeta dei nostri comportamenti". Per questo, per esempio, tra i protagonisti di Broken Nature ci sarà la canadese Kelly Jazvak che con i Plasticglomerates si concentra sui nuovi fossili, ovvero i resti di plastica che non si decompongono e che corrispondono alle tracce indelebili che lasceremo ai posteri, equivalenti a quelle che l'uomo primitivo ha lasciato a noi. Grande e piccola scala, cosmico e quotidiano si sovrappongono e intrecciano in un allestimento che promette di essere un’enorme guida al presente e al futuro, dentro un mare di possibilità con una sola via d'uscita. Sarà una XXII Triennale che, insomma, guarderà al design più come strumento che come contenuto. E forse proprio per questo ci piace già tanto.


PERCHÉ SONO TORNATI I COLORI DI MEMPHIS

PERCHÉ SONO TORNATI I COLORI DI MEMPHIS

di Secondome

In principio fu Memphis: un'esplosione di colore e grafiche Kitsch che doveva rompere gli equilibri del minimalismo spingendo sul pedale dell'eccesso. Quel filo non s'è mai spezzato: piuttosto, è rimasto sottotraccia o riemerso in altri mondi, per esempio il fashion. Oggi, quarant'anni dopo, riaffiora in allestimenti arditi che provano ad andare oltre l'amarcord, riportando in voga uno stile che, nel frattempo, è diventato un linguaggio in grado di mettere in comunicazione design e architettura attraverso le forme più raffinate di urban art.

Sasha Bikoff | Kips Bay Decorator Show House

I zig-zag, i pois, i ghirigori, i triangoli piramidali ritornano per esempio nel progetto di Sasha Bikoff per il Kips Bay Decorator Show House, le scale di un edificio newyorchese che ogni anno dal 1973 sono affidate a un interior designer diverso per un progetto benefico che punta a raccogliere fondi per il doposcuola dei bambini della Grande Mela. Quello di Bikoff è un vero e proprio sogno in technicolor, una vertigine mozzafiato e zeppa di riferimenti al postmodernismo italiano che la designer americana dichiara di amare. E forse non è un caso che sia italiano (e spagnolo) lo studio ilmiodesign che ha firmato il Paradiso Ibiza Art Hotel ispirato nella palette a Ettore Sottsass. Un albergo che pesca indietro fino a Memphis con in mente un obiettivo ben preciso: l'”instagrammabilità” degli interni e degli spazi outdoor.

Camille Walala | Paradise hotel 

a spettacolarità delle immagini e la loro fotogenicità hanno, in effetti, dato una spinta fortissima al rilancio dei colori di Memphis come quelli dell'Art Deco. Se il valore di un progetto d'interni si misura - e, che piaccia o no, ormai è così - anche o soprattutto dalle sue performance on line, allora le palette irriverenti, giocose e ironiche degli anni Ottanta sono perfette per lasciare il segno. Meglio ancora se mischiate a segni che rimandano, per esempio, alla tribù Ndebele del Sud Africa a all’arte di Victor Vasarely, come succede in certi artwork potenti e immaginifici di Camille Walala.

Si tratta, probabilmente, della designer che più di tutti, e con forza, sta ripescando i codici di Memphis provando, allo stesso tempo, a spingersi oltre il semplice ricordo e l'omaggio calligrafico. Il tratto di Walala è inconfondibile: un segno optical e psichedelico che mischia suggestioni diverse. Definire graphic designer la creativa nata in Francia e attiva da Londra in tutto il mondo - ha collaborato anche con Armani, lavorando a una campagna pubblicitaria - è come minimo riduttivo: i suoi interventi sono una rilettura dello spazio attraverso design, grafica e architettura mescolati in una cifra tale da generare un risultato in cui ogni singola componente non è separabile, ma va letta nel complesso.

Camille Walala | Villaggio in Tanzania

E questo sia che si tratti di un boutique hotel a Mauritius o di un intero villaggio in Tanzania sia che la mano dell'artista sia passata sulla facciata di un ex edificio industriale a Brooklyn. Il migliore omaggio che si rende ai maestri, insomma, non è semplicemente riprendere il loro linguaggio, ma portarlo nel proprio tempo. Possibilmente, guardando al futuro.


SESSANT'ANNI DI GUGGENHEIM, LA "PALLA DI FANGO" CHE CAMBIÒ L'ARCHITETTURA

SESSANT'ANNI DI GUGGENHEIM, LA "PALLA DI FANGO" CHE CAMBIÒ L'ARCHITETTURA

di Secondome

Una festa in piena regola, per celebrare l'architettura e il design attraverso un capolavoro che, in questo 2019, compie sessant'anni. Apriva le porte il 21 ottobre del 1959, il Solomon R. Guggenheim Museum di New York, lungo quel Museum Mile nell'Upper East Side che è la zona al mondo con la più alta concentrazione di istituzioni culturali. Da allora, la ziqqurat rovesciata di Frank Lloyd Wright è una tappa imperdibile per gli appassionati di arte e architettura, e lo sarà a maggior ragione quest'anno, con un calendario speciale che prevede l'apertura sette giorni su sette, interventi di storici e critici, mostre dedicate e una serie di tour guidati alla scoperta della storia e dell'architettura di questo edificio simbolo.

Un simbolo acquisito non soltanto della Grande Mela, ma anche delle sfide che l'architettura può intraprendere contro le convenzioni e il gusto dominante. Oggi che il Guggenheim fa parte - dal 2008 - del National Historical Landmark americano, ed è candidato - dal 2015 - a entrare nella World Heritage List dell'Unesco, è difficile immaginare che i vent'anni in cui Lloyd Wright portò alla luce il suo capolavoro furono punteggiati di polemiche e invettive contro il progetto che via via si svelava alla città. Quella lanciata da Lloyd Wright era in effetti quasi una provocazione: la sua creatura fu pensata come un organismo volutamente estraneo ai principi architettonici di Manhattan, che l'architetto non amava. Dalla forma al materiale impiegato, il cemento armato, tutto collocava il progetto anni luce distante dall'estetica del blocks della Grande Mela. E infatti le polemiche non tardarono ad arrivare. "Molto prima della sua apertura, il Guggenheim divenne un argomento di pubblico dominio. Giornalisti, critici e semplici cittadini si sbizzarrirono per trovare il nickname più adeguato: 'Un piatto di fiocchi d’avena capovolto', 'una lavatrice', 'un lavatoio', 'un grande, bianco congelatore per gelati', un 'orribile avocado-burger hollywoodiano'". Lo ricorda Gabriele Neri in un bel libro di pochi anni fa scritto per i tipi di Quodlibet, Caricature architettoniche, che vale la pena citare ancora: "In un noto articolo pubblicato sul New Yorker, Lewis Mumford lo associò a 'un gigantesco porta-pillole', mentre comuni erano commenti come il seguente, tratto dal New York Mirror: 'Il museo è una delle mostruosità più raggianti di Frank Lloyd Wright. All’esterno sembra una palla di fango. Questa specie di alveare non è adatto a nessun luogo di New York. Beh, eccolo, un edificio che dovrebbe essere messo in un museo per mostrare quanto è folle il ventesimo secolo”.

 

Non solo: per Wright fu molto difficile ottenere il benestare delle autorità competenti, dal momento che l’edificio violava in svariati punti la normativa del regolamento edilizio locale.

Sempre Neri ricorda il titolo del New York Times del 25 ottobre 1959, pochi giorni dopo l’inaugurazione del museo, che sintetizzava tutte le critiche all'opera con un ricorrente gioco di parole, ispiratore anche di alcune vignette satiriche: 'That Museum: Wright or Wrong?'. Il sottotitolo aggiungeva: 'È un museo, o un monumento a Mr. Wright?'.

Insomma, le polemiche e la satira contro i progetti di archistar contemporanee considerati sopra le righe non sono esattamente una novità, piuttosto, come rivelano queste vicende, la replica di un copione vecchio almeno di sessant'anni. Un copione che si può ripercorrere fino al 31 dicembre proprio al Guggenheim di New York, lungo la Quinta Strada, magari gustando una delle portate che il ristorante The Wright, ospitato nel museo, servirà in questi mesi, dedicate ai fondatori del museo e allo stesso Lloyd Wright.

Photo: David M. Heald
© The Solomon R. Guggenheim Foundation, New York


FUSION, LA SCOMMESSA DI MILLIM STUDIO E SECONDOME VINCE IL WALLPAPER AWARD

FUSION, LA SCOMMESSA DI MILLIM STUDIO E SECONDOME VINCE IL WALLPAPER AWARD

di Secondome

Sperimentare ripaga. Spingere in alto l'asticella della ricerca dà frutti importanti. Lavorare con la materia e i materiali, proporre accostamenti arditi, progettare una scena inedita e ancora insondata: nell'universo del design, scommettere è una scelta che può davvero portare alla giusta visibilità.

Wallpaper* 

Così, succede che il lavoro di squadra di una gallerista e talent scout con uno studio di creativi giovane e già quotato si aggiudichi, oggi, un riconoscimento importante come il Wallpaper Award: il premio che ogni anno a febbraio la prestigiosa rivista inglese assegna al meglio della scena mondiale del design, dell'architettura e del fashion.

Parliamo di Fusion, la seduta dei Millim Studio che Secondome di Claudia Pignatale ha portato all'ultima Milano Design Week lo scorso aprile negli spazi del Futuredome all'interno di Match, l'allestimento - che includeva il tavolo Atlas di un altro duo di creativi, Hillsideout - con pezzi nati per "sposare" materiali diversi, quasi opposti, realizzando un'unione improbabile e perciò carica di suggestioni inedite. Un Match, appunto, con il duplice significato di incontro e scontro tra mondi paralleli uniti dalla creatività.

Match | Fuorisalone 2018

La giuria che ha assegnato il premio a Fusion per la categoria Best Dream Factory era composta da Bjarke Ingles e Paola Antonelli, Neneh Cherry e Philippe Malouin, Do Ho Suh e Davide Korins. Tutte "eminenze" affascinate da un progetto che ha fuso insieme il marmo, con i suoi infiniti dettagli come infinite sono le sue venature, e il plexiglass, con le sue caratteristiche di limpidezza e distorsione. Peso e leggerezza, solidità e trasparenza, natura e artificio in un unico pezzo.

Fusion bench

I Millim Studio sono Chiara Pellicano ed Edoardo Giammarioli, entrambi classe 1989, di stanza a Roma, nello stesso distretto creativo che ospita Secondome. Neanche trentenni, i due designer che avevano debuttato nel 2016 a Operæ, il festival del design indipendente di Torino, con la collezione di oggetti in sapone Lava i tuoi peccati, declinazione ironica dei sette vizi capitali, portano nel mondo del design italiano e internazionale il loro approccio millennial e multidisciplinare che mette al centro dell'ispirazione sentimenti, umori e desideri per tradurli in cultura del progetto. "Eravamo affascinati dal concetto di fusione, che volevamo legare al senso di scoperta. Volevamo fondere per svelare, avevamo dunque bisogno di un materiale pieno che si lasciasse esplorare dall’interno e di una lente che potesse amplificare ciò che normalmente siamo abituati a vedere". Fusion, insomma, è nato per stupire. E a quanto pare ce l'ha fatta.


LEGGEREZZA E IRONIA, IL SECOLO LUNGO DI CASTIGLIONI ALLA TRIENNALE

LEGGEREZZA E IRONIA, IL SECOLO LUNGO DI CASTIGLIONI ALLA TRIENNALE

di Secondome

Nel segno della leggerezza. Non era semplice allestire la retrospettiva su Achille Castiglioni per il centenario del padre del design italiano e farne un’esperienza che fosse allo stesso tempo scientifica e godibile, ironica al punto giusto come ironico, del resto, è stato l’approccio al design di Achille.

“A Castiglioni”, fino al 20 gennaio alla Triennale di Milano, è un viaggio nella sterminata produzione del “Cicci”, come lo chiamavano affettuosamente familiari, amici e colleghi, attraverso il suo “secolo lungo”, strutturata dalle curatrici Patricia Urquiola e Federica Sala in maniera insolita: non come un percorso cronologico, ma come un allestimento per cluster tematici, in cui un progetto ne richiama altri di periodi differenti. La genialità di Achille – e dei fratelli Livio e Pier Giacomo – portava infatti il designer a sviluppare idee che germinavano da altre idee, anche lontane nel tempo tra di loro.

Ecco allora che nei diversi ambienti della Triennale si possono ammirare le creazioni di Achille raggruppate non per periodo, ma per contiguità progettuale, secondo un’idea di allestimento per rizomi, ovvero quelle figure geometriche impossibili teorizzate da Gilles Deleuze e Félix Guattari che collegano un punto qualsiasi con un altro punto, senza che ciascuno di questi rimandi ad altri dello stesso genere. In pratica, un caos apparente che in realtà nasconde sottotraccia il fil rouge della creatività evitando le gerarchie, soprattutto le più scontate. I cluster sono venti, spiega Federica Sala, e sono veri e propri microcosmi in cui avventurarsi senza un preciso percorso, passando da una parte all’altra qualsiasi. Un’idea di allestimento contemporanea e immersiva, in linea con l’approccio più esperienziale e meno didascalico alla cultura.

In mostra ci sono oltre duecento oggetti da Alessi a Zanotta passando per Flos e gli altri marchi storici con cui Castiglioni ha collaborato. E ci sono anche architetture e allestimenti per showroom, fiere ed esposizioni. Keep it simple è la sezione con alcune lampade storiche del nostro design: Tubino, Luminator, Parentesi. A quest’ultima è dedicata l’installazione Traparentesi creata da Studio Urquiola con Flos e che vede cento esemplari attivarsi davanti al pubblico, accompagnati dalla voce registrata dello stesso Castiglioni e dal rumore di oggetti quotidiani. Nel  cluster Ready Making, Sony Design reinterpreta con la tecnologia le icone Toio e Lampadina e gli sgabelli Sella e Mezzadro.

Il lavoro di curatela ha portato Urquiola e Sala a trascorrere mesi prima nella Fondazione Achille Castiglioni e successivamente in molti altri archivi storici, aziendali e non, “alla ricerca di reperti poco conosciuti e tasselli mancanti per raccontare una figura così complessa”, spiega Federica.

Il risultato è un viaggio nel genio di un uomo e nel made in Italy, ma anche un percorso illuminante che accende nella mente del visitatore, se non la scintilla creativa, almeno un’idea di come l’intuizione arriva e cresce fino a diventare design compiuto.

Foto: Gianluca Di Iola


ELENA SALMISTRARO, RACCONTACI UNA FIABA

ELENA SALMISTRARO, RACCONTACI UNA FIABA

di Secondome

Dall'illustrazione al design, come in una fiaba ancestrale che parla all'uomo per rivelargli le sue origini, il suo senso e il suo destino.

Ci sono i primati, le creature primitive che ricordano all'uomo la sua natura animale. C'è la Contessa Florinda, il totem di una donna che non vuole invecchiare e si abbandona alla chirurgia estetica fino a estenuare il proprio aspetto in una figura grottesca e a suo modo poetica. Ci sono le lampade colorate omaggio a Giorgio Morandi e c'è Polifemo, dove l'occhio del gigante diventano le ante di una credenza ispirata al passato e completamente reinterpretata in chiave contemporanea, quasi a diventare uno scrigno di segreti e memorie.

Sembrano usciti dalle favole le creazioni di Elena Salmistraro, opere in cui gioco, ironia e riflessione prendono la forma e i colori di pezzi dal decor singolare e coloratissimo. Tutte collezioni che in sei anni - dal debutto al Fuorisalone di Milano nel 2012 - a oggi hanno fatto di questa designer milanese nata 35 anni fa un caso in Italia e all'estero.

Una mostra a Milano,  nello showroom di Cc-Tapis, a cura di Valentina Guidi Ottobri e in collaborazione con Seletti, Bosa, Stone Italia, Lithea, SecondoMe, DeCastelli, London Art e Camp Design Gallery - tutti brand con cui Salmistraro ha all'attivo collaborazioni - è l'occasione fino al 26 ottobre per esplorare questa poetica e il modo in cui si traduce in oggetti che sembrano arrivare da un passato senza tempo e rappresentano un unicum nel panorama della creatività italiana.

La prima caratteristica che rende Salmistraro quasi un caso a parte nella scena del nostro design è che tutto inizia da un'illustrazione e via via prende la strada di una creazione materica che, attraverso pattern, creature zoomorfe e geometrie, si impone agli occhi con una carica sorprendente di colori ed espressività, accompagnando lo sguardo verso finiture e dettagli preziosi.

Già i primi esperimenti di Elena, lampade in cartapesta e il divano Deux Ames, lasciavano intendere la piega che avrebbe preso il suo lavoro. Ancora più rivelatore il passaggio al Jacroki, un tessuto naturale, per poi arrivare alla ceramica e via via misurarsi con quanti più materiali possibili, in una ricerca e in un gioco continui, alimentati dalla consapevolezza che "gli oggetti stavano diventando i miei soggetti preferiti", come ha detto una volta.

Dalle prime autoproduzioni - che sei anni fa l'hanno portata al Fuorisalone - a oggi, c'è tutta la vertigine di una creativa i cui pezzi stanno già girando il mondo grazie alla mostra The New Italian Design, a cura di Silvana Annichiarico e Andrea Branzi.

La mostra è articolata in due stanze ed è una full immersion in prodotti di ogni genere, dai vasi ai tappeti, che ambiscono a diventare icone. E in qualche caso già lo sono.

credit: Photo by Juliano Araujo