LEGGEREZZA E IRONIA, IL SECOLO LUNGO DI CASTIGLIONI ALLA TRIENNALE

LEGGEREZZA E IRONIA, IL SECOLO LUNGO DI CASTIGLIONI ALLA TRIENNALE

di Secondome

Nel segno della leggerezza. Non era semplice allestire la retrospettiva su Achille Castiglioni per il centenario del padre del design italiano e farne un’esperienza che fosse allo stesso tempo scientifica e godibile, ironica al punto giusto come ironico, del resto, è stato l’approccio al design di Achille.

“A Castiglioni”, fino al 20 gennaio alla Triennale di Milano, è un viaggio nella sterminata produzione del “Cicci”, come lo chiamavano affettuosamente familiari, amici e colleghi, attraverso il suo “secolo lungo”, strutturata dalle curatrici Patricia Urquiola e Federica Sala in maniera insolita: non come un percorso cronologico, ma come un allestimento per cluster tematici, in cui un progetto ne richiama altri di periodi differenti. La genialità di Achille – e dei fratelli Livio e Pier Giacomo – portava infatti il designer a sviluppare idee che germinavano da altre idee, anche lontane nel tempo tra di loro.

Ecco allora che nei diversi ambienti della Triennale si possono ammirare le creazioni di Achille raggruppate non per periodo, ma per contiguità progettuale, secondo un’idea di allestimento per rizomi, ovvero quelle figure geometriche impossibili teorizzate da Gilles Deleuze e Félix Guattari che collegano un punto qualsiasi con un altro punto, senza che ciascuno di questi rimandi ad altri dello stesso genere. In pratica, un caos apparente che in realtà nasconde sottotraccia il fil rouge della creatività evitando le gerarchie, soprattutto le più scontate. I cluster sono venti, spiega Federica Sala, e sono veri e propri microcosmi in cui avventurarsi senza un preciso percorso, passando da una parte all’altra qualsiasi. Un’idea di allestimento contemporanea e immersiva, in linea con l’approccio più esperienziale e meno didascalico alla cultura.

In mostra ci sono oltre duecento oggetti da Alessi a Zanotta passando per Flos e gli altri marchi storici con cui Castiglioni ha collaborato. E ci sono anche architetture e allestimenti per showroom, fiere ed esposizioni. Keep it simple è la sezione con alcune lampade storiche del nostro design: Tubino, Luminator, Parentesi. A quest’ultima è dedicata l’installazione Traparentesi creata da Studio Urquiola con Flos e che vede cento esemplari attivarsi davanti al pubblico, accompagnati dalla voce registrata dello stesso Castiglioni e dal rumore di oggetti quotidiani. Nel  cluster Ready Making, Sony Design reinterpreta con la tecnologia le icone Toio e Lampadina e gli sgabelli Sella e Mezzadro.

Il lavoro di curatela ha portato Urquiola e Sala a trascorrere mesi prima nella Fondazione Achille Castiglioni e successivamente in molti altri archivi storici, aziendali e non, “alla ricerca di reperti poco conosciuti e tasselli mancanti per raccontare una figura così complessa”, spiega Federica.

Il risultato è un viaggio nel genio di un uomo e nel made in Italy, ma anche un percorso illuminante che accende nella mente del visitatore, se non la scintilla creativa, almeno un’idea di come l’intuizione arriva e cresce fino a diventare design compiuto.

Foto: Gianluca Di Iola


ELENA SALMISTRARO, RACCONTACI UNA FIABA

ELENA SALMISTRARO, RACCONTACI UNA FIABA

di Secondome

Dall'illustrazione al design, come in una fiaba ancestrale che parla all'uomo per rivelargli le sue origini, il suo senso e il suo destino.

Ci sono i primati, le creature primitive che ricordano all'uomo la sua natura animale. C'è la Contessa Florinda, il totem di una donna che non vuole invecchiare e si abbandona alla chirurgia estetica fino a estenuare il proprio aspetto in una figura grottesca e a suo modo poetica. Ci sono le lampade colorate omaggio a Giorgio Morandi e c'è Polifemo, dove l'occhio del gigante diventano le ante di una credenza ispirata al passato e completamente reinterpretata in chiave contemporanea, quasi a diventare uno scrigno di segreti e memorie.

Sembrano usciti dalle favole le creazioni di Elena Salmistraro, opere in cui gioco, ironia e riflessione prendono la forma e i colori di pezzi dal decor singolare e coloratissimo. Tutte collezioni che in sei anni - dal debutto al Fuorisalone di Milano nel 2012 - a oggi hanno fatto di questa designer milanese nata 35 anni fa un caso in Italia e all'estero.

Una mostra a Milano,  nello showroom di Cc-Tapis, a cura di Valentina Guidi Ottobri e in collaborazione con Seletti, Bosa, Stone Italia, Lithea, SecondoMe, DeCastelli, London Art e Camp Design Gallery - tutti brand con cui Salmistraro ha all'attivo collaborazioni - è l'occasione fino al 26 ottobre per esplorare questa poetica e il modo in cui si traduce in oggetti che sembrano arrivare da un passato senza tempo e rappresentano un unicum nel panorama della creatività italiana.

La prima caratteristica che rende Salmistraro quasi un caso a parte nella scena del nostro design è che tutto inizia da un'illustrazione e via via prende la strada di una creazione materica che, attraverso pattern, creature zoomorfe e geometrie, si impone agli occhi con una carica sorprendente di colori ed espressività, accompagnando lo sguardo verso finiture e dettagli preziosi.

Già i primi esperimenti di Elena, lampade in cartapesta e il divano Deux Ames, lasciavano intendere la piega che avrebbe preso il suo lavoro. Ancora più rivelatore il passaggio al Jacroki, un tessuto naturale, per poi arrivare alla ceramica e via via misurarsi con quanti più materiali possibili, in una ricerca e in un gioco continui, alimentati dalla consapevolezza che "gli oggetti stavano diventando i miei soggetti preferiti", come ha detto una volta.

Dalle prime autoproduzioni - che sei anni fa l'hanno portata al Fuorisalone - a oggi, c'è tutta la vertigine di una creativa i cui pezzi stanno già girando il mondo grazie alla mostra The New Italian Design, a cura di Silvana Annichiarico e Andrea Branzi.

La mostra è articolata in due stanze ed è una full immersion in prodotti di ogni genere, dai vasi ai tappeti, che ambiscono a diventare icone. E in qualche caso già lo sono.

credit: Photo by Juliano Araujo


HOMO FABER: QUANDO L'ARTIGIANO DIVENTA ARTISTA

HOMO FABER: QUANDO L'ARTIGIANO DIVENTA ARTISTA

di Secondome

Dal 14 al 30 settembre, la Fondazione Cini sull’Isola di San Giorgio Maggiore a Venezia ospita Homo Faber. Crafting a more human future, la mostra/evento promossa dalla Michelangelo Faoundation for Creativity and Craftsmanship di Ginevra, in collaborazione con a Fondation Bettencourt Schueller, il Triennale Design Museum e la Fondazione Cologni dei Mestieri d’Arte.

Creativity and Craftmanship a cura di Michele De Lucchi |  PH Alessandra Chemollo

Michele De Lucchi, Judith Clark, Jean Blanchaert, Stefano Boeri, India Madhavi sono alcune delle personalità provenienti dal mondo dell’architettura, del design e della moda che hanno curato le numerose sezioni della mostra.

Homo Faber riporta alla luce l’eccellenza della produzione artigianale europea, riunendo in 4.000 metri quadri, tra biblioteche, chiostri e gallerie della Fondazione Giorgio Cini, 400 artigiani e 900 oggetti. Questi numeri fanno di Homo Faber la mostra più grande che sia mai stata realizzata sull’artigianato, ma anche un evento a cui il pubblico è chiamato a partecipare con dimostrazioni dal vivo, laboratori, installazioni e conferenze.

Tavole a specchio - Natura morta | Massimo Lunardon 

L’iniziativa è volta a far rivivere il lavoro artigianale, una celebrazione dell’atto creativo e manuale dell’uomo in tutte le sue forme, rievocando il movimento delle arti applicate e dell’alto artigianato a metà tra la vita quotidiana e il mondo dell’arte. In mostra oggetti che sempre di più, per la loro unicità e ricercatezza, incarnano il desiderio del pubblico ormai troppo abituato a produzioni in serie.

La mostra si articola in 16 sezioni tematiche che esplorano materiali, tecniche e maestri del design e dell’arte. Il pubblico, attraverso fotografie e realtà virtuale, viene “accolto” nelle botteghe e nei laboratori dei più importanti maestri gioiellieri, designer, artigiani e sarti d’alta moda. Sono infatti tantissime le sfumature in cui si articola Homo Faber. Nel Chiostro dei Cipressi Susanna Pozzoli ha curato Venetian Way, una rassegna fotografica che porta il visitatore nel cuore dei laboratori di 21 artigiani veneti.

Best of Europe a cura di Jean Blanchaert e Stefano Boeri | PH Stefano Boeri architetti

Jean Blanchaert e Stefano Boeri hanno curato Best of Europe, un’accurata selezione di oltre 300 oggetti realizzati da artisti-artigiani europei, dalle ceramiche italiane alla pelletteria spagnola, dalle porcellane francesi ai vetri tedeschi. Tra loro Massimo Lunardon, con le sue nature morte poste su sottilissime lastre, in vetro soffiato color argento, crea giochi di riflessi e forme specchiate.

Del rapporto tra design e artigianato racconta Designer e Maestri (Creativity and Craftsmanship) nel Cenacolo Palladiano, curata da Michele de Lucchi, in cui 8 designer internazionali sono chiamati a collaborare con artigiani europei. Da questa unione sono nati 8 progetti inediti elaborati su un unico tema dato da De Lucchi: il tabernacolo.

Tantissime altre le mostre come Talenti Rari, Architetture Immaginarie, Scoprire… e Riscoprire, Evoluzione della forma, Doppia Firma, sempre pensate come esperienze vere e proprie per il pubblico, facendo di Homo Faber un’ode all’artigianalità, che mette in luce non solo l’oggetto finito ma anche il processo creativo, gli utensili, i materiali e i gesti di quello che è un vero e proprio atto artistico.


MERAVIGLIE MILANESI: L'OMAGGIO DI CINO ZUCCHI A CACCIA DOMINIONI

MERAVIGLIE MILANESI: L'OMAGGIO DI CINO ZUCCHI A CACCIA DOMINIONI

di Secondome

C'è una cupola ellittica, sezionata da piani verticali che la intersecano generando archi ribassati, e penetrata da lame verticali che fungono da ingresso, ad attendere i visitatori del Padiglione Centrale ai Giardini della Biennale in Laguna. All'interno, si spalanca una piccola grande meraviglia della rassegna veneziana: l'omaggio che Cino Zucchi e il suo studio tributano a Luigi Caccia Dominioni e alla Milano uscita dal tratto del maestro scomparso due anni fa.

L'allestimento è dedicato in particolare al complesso di corso Italia tirato su tra il 1957 e il 1961 ed esplora grande e piccola scala, tra plastici che contestualizzano l'opera nel tessuto di una città che rinasceva dal Dopoguerra e viveva il boom, e le immagini - il reportage fotografico è dello stesso Zucchi, quasi un atto d'amore per il maestro e la sua lezione - che restituiscono la forza e il valore di materiali, colori, texture, di affacci sulla pubblica via e spazi condominiali.

"Sapevamo che Zucchi aveva conosciuto il grande architetto e questo suo rapporto privilegiato, insieme all'esperienza che può vantare in ambito professionale e accademico, ci è parso offrissero un'occasione unica per una 'rilettura' delle opere di Caccia Dominioni", spiegano Yvonne Farrell e Shelley McNamara, le architette irlandesi curatrici di questa Biennale cui hanno assegnato il tema del Freespace e della generosità dell'architettura. "Per Cino Zucchi l'architettura è il fondale prediletto delle nostre esistenze. Il suo metodo di architetto lo fa interprete di un approccio eclettico, fatto non di sola analisi né di sola invenzione, in cui abitudini e cultura filtrano i dati grezzi del fare architettura e i valori dichiarati sono urbanità, bellezza della città e responsabilità ambientale". Zucchi indaga l'opera di Caccia Dominioni organizzandola in tre gruppi distinti: le facciate sono gli schermi abitati all'interno della città, gli spazi interni le cavità scolpite dalla luce e dal movimento. E poi ci sono i dettagli: intrecci narrativi tra materiali e forma cui Zucchi aggiunge le sue citazioni, dallo stucco rosso pompeiano alle pareti interne della cupola al raffinato lampadario a grappolo.

Una lezione su una lezione, quella di Zucchi, che non a caso parla di "sottile effetto pedagogico" a proposito di questa riscoperta, come pure di "approccio etico" di Caccia Dominioni. "Tutti i suoi progetti" spiega Zucchi "formano ciascuno un caso specifico che richiede soluzioni peculiari, e le cui limitazioni accendono l'arguzia artistica dell'autore, generando spazi o figure meravigliose capaci di risolvere con apparente candore la varietà delle condizioni alle quali devono rispondere".

Una meraviglia che non a caso l'allestimento ha scolpita pure nel nome: Everyday Wonders.

Immagini © CZA - Cino Zucchi Architetti


LA BIENNALE "POLITICA" DEL FREESPACE IN CINQUE PADIGLIONI

LA BIENNALE "POLITICA" DEL FREESPACE IN CINQUE PADIGLIONI

di Secondome

L'agorà pubblica che l'Europa non ha e dovrebbe darsi. Muri che cadono e ponti che collegano spazi e culture. Corridoi angusti che simboleggiano la scarsità del suolo pubblico rimasto a disposizione dei cittadini. E poi ancora complessi di edilizia popolare fatiscenti in corso di abbattimento ma che si vogliono salvare. Si scrive Freespace, si legge politica: una politica nel senso più alto e nobile della parola.

Non era scontato che dopo la Biennale diretta da Alejandro Aravena, l'archistar che ha a cuore le favelas, un'altra rassegna "impegnata" si sarebbe dipanata tra l'Arsenale e i Giardini della Laguna. Invece è andata proprio così: nei suoi allestimenti più riusciti, la Biennale di Grafton, lo studio irlandese delle curatrici Yvonne Farrell e Shelley McNamara, finisce per lanciare al mondo un messaggio in bottiglia che parla di democrazia, di barriere da abbattere, di convivenza civile. Tutte conquiste che l'architettura può e deve contribuire a raggiungere.

Unbuilding walls © Jan Bitter - Padiglione tedesco

Intendiamoci: il tema scelto da Grafton, Freespace, è stato interpretato dai sessantatré Paesi e dagli studi di architettura ospiti in maniera profondamente diversa l'una dall'altra. E spesso con modalità più classiche - plastici, modelli - che non attraverso le installazioni e il loro linguaggio emozionale cui ci siamo abituati da tempo. Se però una linea emerge tra le tante, è proprio quella di un appello a recuperare l'architettura come strumento per assicurare al mondo spazi di qualità e di libertà. Il Freespace di Grafton, perciò, il tema che le due architette hanno lanciato un anno fa con un Manifesto e assegnato ai partecipanti, rappresenta davvero"la generosità di spirito e il senso di umanità che l'architettura colloca al centro dell'agenda", "l'invito a riesaminare il nostro modo di pensare, stimolando nuovi modi di vedere il mondo e di inventare soluzioni in cui l’architettura provvede al benessere e alla dignità di ogni abitante di questo fragile pianeta".

Ma come viene interpretato il Freespace in questi allestimenti "politici"?

Eurotopie © Philippe Braquenier - Padiglione belga

Il Belgio, innanzitutto, ha trasformato il suo padiglione in una piazza blu come la bandiera europea, strutturandola con una serie di gradoni da attraversare da una parte all'altra ed evocando quell'agorà pubblica, votata al confronto tra Stati e popoli, che probabilmente l'Unione in crisi non ha mai avuto. Non a caso l'installazione si chiama Eurotopie.

Ai muri che cadono e agli spazi da ricucire che lasciano, e dunque a un mondo tutto da esplorare per l'architettura, è dedicato invece l'allestimento della Germania Unbuilding Walls, che peraltro recupera il filo dell'ultima edizione, quando Berlino si concentrò sull'integrazione degli immigrati. Con spirito simile, l'Ungheria racconta in Liberty Bridges il sogno dell'inclusione europea ricreando un ponte che conduce i visitatori in cima al padiglione.

Non meno impegnato è il padiglione francese, in cui i curatori di Infinite Places ricreano uno spazio fisico e metaforico che rimanda allo scambio culturale e libero da condizionamenti, a partire da quelli economici. In pratica, l'allestimento racconta dieci architetture abbandonate e riconquistate da cittadini che li hanno trasformati in seconda casa.

Infinite Places © Irene Fanizza - Padiglione francese

Quasi commovente, fuori dai padiglioni nazionali, è poi il progetto speciale a cura della Biennale con il Victoria and Albert Museum che ricrea nella facciata della Sala d'Armi all'Arsenale una porzione dei Robin Hood Gardens, il complesso di case popolari sorto a Londra negli anni 70 in stile brutalista e in corso di abbattimento. E se non è politica una Biennale che celebra Robin Hood e le sue case...


GIO TIROTTO, RITO E MITO NEL DESIGN

GIO TIROTTO, RITO E MITO NEL DESIGN

Secondome intervista Gio Tirotto

Il progetto prima di ogni cosa. Il design per emozionare. L’arte come un faro. Abbiamo rivolto qualche domanda a Gio Tirotto.

Chi è Gio Tirotto?
“Gio Tirotto è un artigiano dell’idea”.

Che cosa vuol dire oggi essere un designer?
“Significa credere tanto nel progetto, cioè nella profonda importanza che il contenuto progettuale ha all’interno della logica realizzativa. Questa credo sia l’unica strada possibile per arrivare alla creazione di un’opera che rimanga nel tempo”.

Coexist Mod Ground & Mod Sky

Che cosa vuol dire oggi essere un designer di 37 anni? Esiste quello che alcuni chiamano Millennial design ovvero un approccio diverso alla creatività da parte della tua generazione? Se sì, te ne senti portavoce?
“Non saprei con certezza. È una domanda molto difficile. Io provo quotidianamente a portare la mia ricerca in produzione, che sia per aziende o per interni privati, ma non so dire se il mio è Millennial design... L’approccio al progetto che oggi esprimo l’ho imparato dai maestri, sui libri e negli studi dove ho collaborato, dapprima l’ho rispettato e poi, col tempo, l’ho appreso, cercando di tramutarlo nel mio metodo creativo che oggi è rappresentato nel modo più sincero possibile da ciò che negli ultimi dieci anni ho prodotto”.

Hanno scritto di te che vuoi ricreare la complicità tra uomini e oggetti. L'emozione è la nuova funzione?
“Sì. Per me emozionare viene prima di tutto. Un oggetto emoziona quando racchiude il migliore equilibrio possibile tra funzionalità, messaggio e forma. Sono queste le caratteristiche che creano complicità tra uomo e oggetto, imprescindibili nel mio linguaggio artistico”.

Disarmante

Questo è l'anno di Achille Castiglioni. Quanto conta questa figura nel tuo lavoro?
“Tanto. Dal giorno che l’ho conosciuto (non di persona purtroppo) è diventato la colonna portante della mia voglia di fare il designer. Ultimamente ho disegnato Ammuraggio (nome che appunto sottolinea questo mio legame, vedi Allunaggio per Zanotta), un arredo da giardino che si ispira al suo insegnamento, l’accorgersi dei comportamenti e del sottolinearli attraverso l’oggetto”.

Parli di riti, qualcosa che nella società di oggi è completamente cambiato: non ci sono più riti di passaggio e sempre meno pratiche condivise. Dove trovi oggi i tuoi cenacoli per scambiare idee e trovare spunti, suggestioni?
“I cenacoli sono infiniti, io mi trovo a fare ricerca sempre durante il giorno, non ne posso fare a meno, credo che sia anche una questione di carattere oltre che di passione (è diventata la scusa per fare il profilo instagram!). Forse anche Ryto, il liquore che da qualche anno produco, è sicuramente l’artefice dei cenacoli più creativi e stimolanti che vivo. Viaggiare per presentarlo e raccontarlo mi fa conoscere gente nuova e interessante ogni settimana che, seppur da un punto di vista non prettamente di design, mi stimola al progetto. Ripeto: tutto suggestiona, più arte c’è e meglio è”.

Ryto

Due progetti non tuoi che hai amato di recente?
“Se parliamo di progetti, e non solo di prodotto/oggetto, mi viene alla mente Una stanza tutta per sé di Cantiere Galli, un progetto di allestimento temporaneo ben fatto ed interessante, dove si affronta il progetto di interior nel profondo del suo contenuto carpendone il significato anche da una singola fotografia. L’altro progetto che ho amato di recente è la collezione P.O.P., piccoli oggetti possibili degli Zaven per Galleria Luisa delle Piane, una ricerca che sovrappone perfettamente grafica e funzione, da cui esce arte da tutti i pori. Bravissimi”.

A che cosa stai lavorando per i prossimi mesi?
“Sto creando una nuova collezione di rivestimenti in ceramica. Da qualche anno faccio sperimentazione in questo settore e ora credo di aver portato la mia idea ad un buon livello realizzativo e produttivo. Il progetto affronta il classico tema dei materiali naturali, reinterpretandoli, anzi, completamente reinventandoli attraverso la matericità delle decorazioni superficiali che ho scelto di utilizzare”.


LESS IS MORE? NON PIÙ

LESS IS MORE? NON PIÙ

di Secondome

Ci sono fenomeni che pur essendo sotto gli occhi di tutti hanno bisogno di uno sforzo tradotto su carta per diventare una verità acclarata. Uno di questi fenomeni è certamente il ritorno prepotente del decoro. Texture e pattern, per citare i casi più evidenti, sono di nuovo sulla breccia, e la ricerca di nuove superfici sta portando designer e aziende a sperimentare  sul fronte dell'ornamento. Un ornamento che non è quasi mai più fine a stesso, ma funzionale.

Rilievi | Zaven per Cedit

Su questo ritorno del decor fa il punto un bel libro di Cinzia Pagni appena uscito per Franco Angeli. "L'ornamento non è + un delitto" mette in fila anni di correnti nel mondo del design per arrivare a una conclusione: l'era del less is more è ormai definitivamente alle nostre spalle e Adolf Loos, al cui celebre titolo L'ornamento è un delitto il libro di Pagni è ispirato, avrebbe grandi difficoltà oggi a dar corpo alla sua tesi.

Proust | Alessandro Mendini

Ma cosa è successo che ha spinto il mondo del design ad abbandonare via via col tempo il razionalismo e le sue derivazioni? Innanzitutto, spiega l'autrice, docente al Politecnico di Milano, si è andata esaurendo l'onda lunga degli architetti e dei progettisti cresciuti alla scuola razionalista, così che maestri e riferimenti sono cambiati come è normale che sia. Non ci sono, chiaramente, soltanto ragioni anagrafiche. In una società flessibile, multietnica, multiculturale e ipertecnologica, la progettazione è diventata sempre più mista. Non esiste più - né può essere altrimenti - un linguaggio e un codice unico, a prevalere è la contaminazione. Ed è in questa molteplicità emblematica che il decor e l'ornamento trovano nuova forza per affermarsi, non più come semplice dato esteriore ma progettuale.

Una Bar cabinet | Stefano Marolla per Secondome

Il caso dei pattern sta diventando di scuola. Già secondo Robert Levit, studioso e vincitore di diversi premi di design, il riaffermarsi dei motivi decorativi ipnotici non è un semplice bisogno di decorazione, ma molto di più. Oggi, ricorda Pagni, il pattern making si trova ovunque, sempre più spesso sottoposto alla funzione, come recupero di un dato simbolico, esaltato dalla tecnologia moderna e dal 3D. Insomma, non è soltanto grafica, anzi: "L'idea dell'immaterialità delle tecnologie digitali e delle possibilità derivate aprono a opportunità inaspettate - scrive Pagni - per determinare un futuro nell'evoluzione del decoro. Sono queste che incideranno sempre più sul progetto". È per questo che non si potrà tornare più a un tempo senza decoro. "Il design nel suo procedere camaleontico tra i labirinti delle modificazioni offerte dalla società ha saputo diventare espressione di nuove sensibilità e il timore di apparire superficiali nell'utilizzare la decorazione è stato spazzato via". Dal less is more siamo ormai passati all'epopea del more and more.


VITO NESTA, QUANDO IL DECOR VUOL DIRE PASSATO (MA NON NOSTALGIA)

VITO NESTA, QUANDO IL DECOR VUOL DIRE PASSATO (MA NON NOSTALGIA)

Secondome intervista Vito Nesta

All’ultimo Fuorisalone ha sorpreso portando nella cornice storica di Palazzo Litta una collezione di carte da parati nate attingendo all’archivio di Limonta. A gennaio aveva lanciato Grand Tour, il suo marchio che nasce con uno storytelling ispirato al passato, quando l’Italia era la meta del viaggio di formazione dei talenti d’Europa. In questo caso a viaggiare all’estero e a riportare in Italia sotto forma di design le suggestioni internazionali è Vito Nesta: “Passo tanto del mio tempo in viaggio. A volte lontano da casa, ad annusare gli odori del mercato centrale di Kyoto, a farmi incantare dall’intensità unica del rosso nel santuario sul monte Fushimi Inari, a perdermi nei meandri del Gran Bazar di Istanbul…”.

Fenicotteri | Carta da parati |PH Mattia Meneghini

Chi è Vito Nesta?

“Sono un ragazzo estremamente curioso, mi piace conoscere tutto quello che mi è ignoto, ​sono ​sempre alla ricerca di quella che possa essere la mia personale forma espressiva​,​ viaggiando, conoscendo persone e luoghi, lasciandomi contaminare da tutto quello che mi circonda. Vivo in modo semplice difendendo un sogno che è quello di diventare un bravo interior decorator”. 

Che cosa vuol dire oggi essere un designer?

“La figura del designer oggi è molto complessa perché non si limita al solo progettare ma include anche l’essere a tutti gli effetti imprenditori di se stessi. Un designer crea assieme all’azienda una guida e un sistema su come proporre il prodotto, crea una comunicazione efficace per il lancio, segue tutte le fasi di un progetto dal primo segno di matita sino alla vendita”.

La memoria è il tuo mondo creativo: come lavori senza scadere nella nostalgia?

“Mi è sempre piaciuto ascoltare storie, nei miei lavori cerco di raccontarle, ma a modo mio. I miei non sono lavori nostalgici​. Semmai raccontano mondi lontani, storie passate e luoghi nascosti rispettando sempre la loro essenza​, con uno sguardo ​proiettato ​al futuro. Penso sia necessario guardare il passato proprio così, con ​uno sguardo rivolto al futuro”.

Il decor oggi, nel mondo del design: un'opportunità in più per i creativi o un mondo che si sta già saturando?

“Io penso che il senso del decor non ​sia​ una tecnica che ​si può acquisire o imparare. O ce l'hai dentro e la senti come forma di espressione o non puoi farne un esercizio. Io penso che non avrei potuto fare altro visto che sin da piccolo i decori mi hanno sempre attratto, questo ha sicuramente giocato a mio favore in un periodo come questo in cui la decorazione sta diventando un valore aggiunto a​l​ progetto”.

Risvolti | PH Serena Eller Vainicher

Come è nata l'idea del Grand Tour?

“L'idea del Grand Tour nasce dalla voglia di esprimere tramite il mezzo della decorazione tutti i mondi, i simboli, le storie e le immagini che ricerco nei miei viaggi sia fatti fisicamente che immaginati”.

 

Esotica per F.lli Majello | PH Andrea Pedretti

Prossima tappa?

“L'Egitto, il Kenya ed il Libano”.


IL SECOLO BREVE DELLE ICONE

IL SECOLO BREVE DELLE ICONE

di Secondome

Tra la moka inventata da Alfonso Bialetti nel 1933 e il moscardino di Giulio Iacchetti e Matteo Ragni, la posata che è insieme forchetta e cucchiaio disegnata nel 2000 per Pandora, ci sono sessantasette anni. In mezzo, tutto il tempo del miglior design italiano. Gli anni in cui creativi e brand hanno dato vita ad oggetti belli, utili e gratificanti. In una parola: icone.

Potremmo chiamare quegli anni il secolo breve delle icone. Ed è un secolo ormai finito. È la tesi che Chiara Alessi sviluppa nel suo ultimo saggio, che è insieme un romanzo familiare e un’inchiesta sul design. Curatrice, storica e docente al Politecnico di Milano, Chiara è prima di tutto discendente di due famiglie storiche dell’imprenditoria italiana: da un lato i Bialetti della moka, dall’altro gli Alessi dei casalinghi. Due famiglie che a un certo punto della storia si sono imparentate generando design su design, storie su storie. Chiara conosce dunque quelle storie sia in prima persona sia come studiosa. E quindi il racconto che esce fuori dal suo “Le caffettiere dei miei bisnonni” intreccia due livelli, uno più intimo e sentimentale, l’altro scientifico.

Ma perché il design italiano ha smesso di produrre icone come lo sono state e lo sono ancora lampade come la Arco dei Castiglioni, Tizio di Richard Sapper o il sacco di Zanotta? La prima risposta che saremmo tentati di dare è che è ancora troppo presto per giudicare i prodotti degli ultimi anni e capire se in effetti non diventeranno icone più in là. Ma non è così, perché ci sono icone del passato che lo sono diventate subito. L’altra possibile ipotesi è che non ci si appassioni più agli oggetti come ci si appassionava una volta. “Tutt’altro” ribatte Alessi. Il punto, spiega, è che “oggi più che mai funzionano quelle ‘cose’ che non necessariamente devono funzionare e durare, ma sanno dare delle emozioni, anche istantanee, forti”. È come se non chiedessimo più agli oggetti di assolvere a una funzione precisa o di durare a lungo. Succede così, per esempio, che più dell’i-Phone sia iconica la fila all’alba per accaparrarsi il nuovo modello di Cupertino.

 

In questo mondo in cui le emozioni prevalgono sulla funzione e il sentimento è dettato dalla forma, la scomparsa delle icone è dunque una conseguenza quasi dovuta. Perché non crediamo più che un oggetto possa modellare il futuro come accadeva una volta con una radio, una poltrona o un mobile. Viviamo un eterno presente in cui il futuro non ha posto o è incerto, e quindi non riusciamo a immaginare strumenti che lo definiscano. “Gli autori delle nostre icone” spiega Chiara Alessi “lavoravano immersi nel loro presente, erano in grado di instaurare relazioni con esso, ma le loro idee non coincidevano perfettamente con le istanze del tempo, anzi è proprio in quello scarto che si inseriva l’oggetto. Il quale, impersonando questa distanza, la poteva raccontare. I loro sforzi sarebbero stati sostenuti anche più in là”. Come dire: torneremo a produrre icone, quando torneremo ad avere un futuro. Almeno uno da raccontarci.

 

 

Immagini: Courtesy of Museo Alessi e Famiglia Alessi

Grafica: Yoshiko Kubota


OSVALDO BORSANI, LA RISCOPERTA DI UN GENIO

OSVALDO BORSANI, LA RISCOPERTA DI UN GENIO

di Secondome

Tutti vogliono Osvaldo Borsani. Lo celebra il Triennale Design Museum a Milano con una retrospettiva di trecento arredi e quattrocento immagini, tra cui schizzi originali, allestita nientemeno che da sir Norman Foster. Lo riscopre la Design week milanese che a metà aprile ha aperto Villa Borsani a Varedo per un progetto a cura di Ambra Medda che prosegue fino a settembre. E lo riportano sulla breccia – se mai il grande architetto e industriale abbia mai smesso di influenzare il design mondiale anche dopo la sua morte, nel 1985 – Britt Moran ed Emiliano Salci: il duo di Dimore Studio ha appena aperto gli spazi della gallery in via Solferino 11 a una serie di pezzi unici firmati Borsani e realizzati tra gli anni 30 e 60, prima cioè che il genio visionario desse vita all’azienda Tecno. Sono mobili bar in legno e vetro dipinto a mano, specchi in legno laccato e dettagli in foglia oro, consolle in noce e mogano, lampade da terra, poltrone, librerie modulari… tutti pezzi di una fase segnata da una grande sapienza artigiana tipica dell’atelier di Varedo e frutto delle influenze creative legate alle collaborazioni avviate con importanti artisti italiani di quegli stessi anni. Più in là, al tempo appunto della Tecno, sarebbe arrivata la produzione più industriale, anche quella destinata a fare la storia del mobile e del design. Per esempio con Graphis, il sistema componibile che nel 1968, in piena contestazione studentesca, rivoluzionò l’arredo per ufficio e finì imbrattato durante l’occupazione di quella stessa Triennale che ora rende omaggio al maestro.

Ma perché questa riscoperta? Innanzitutto per un desiderio dei discendenti dell’industriale, come è ovvio. Dice il nipote di Borsani, Tommaso Fantoni, che ha collaborato con Foster all’allestimento: “Era una cosa che volevamo fare da tanto tempo, abbiamo fatto fatica a scegliere cosa esporre”.

Ma è tutto il mondo del design a reclamare da tempo una retrospettiva come quella del Triennale Design Museum. Borsani, infatti, incarna perfettamente la sintesi tra le due caratteristiche che hanno fatto grande il design italiano: da un lato la sartorialità e la cura del dettaglio, dall’altro l’aspetto industriale. Consideriamo la Villa di Varedo. Come ha spiegato Ambra Medda, basta camminare tra le sue stanze, per capire quanta attenzione è stata riservata a ogni dettaglio e ai materiali, negli interni come nel giardino. Quella di Varedo è la casa di un architetto, “pratica ed equilibrata, eppure sublime. Si ha davvero il senso di come, nel suo lavoro, Borsani non sia mai sceso a compromessi sulla qualità o sulla funzione”.

 

 

Da Dimoregallery, l’omaggio a Borsani avviene collocando gli arredi su un’unica grande pedana, ponendo l’attenzione su ciascun pezzo e rendendolo come protagonista della scena, mentre schizzi originali fanno da contrappunto ai mobili. Il tutto all’interno di una scenografia d’autore, firmata dal duo che più di chiunque altro, in questi anni, ha saputo calare i pezzi del genio lombardo in un mondo onirico e ancora più visionario.

 

 

 

 

 

 

Ph Silvia Rivoltella per Dimore Gallery