LA XXII TRIENNALE DI PAOLA ANTONELLI: "CI ESTINGUEREMO, MA CON IL DESIGN SARÀ PIÙ BELLO"

LA XXII TRIENNALE DI PAOLA ANTONELLI: "CI ESTINGUEREMO, MA CON IL DESIGN SARÀ PIÙ BELLO"

di Secondome

Il via è fissato il primo Marzo, quando l'arte, il design e le installazioni provenienti da ventisei Paesi di tutto il mondo saranno finalmente visibili al pubblico dopo mesi di battage che hanno già fatto di "Broken Nature: Design Takes on Human Survival" l'appuntamento culturale per antonomasia del 2019. Si tratta della XXII Esposizione Internazionale della Triennale di Milano. Una mostra firmata da Paola Antonelli, senior curator del Dipartimento di architettura e design del MoMA di New York, e da un team di grande livello che può contare su Ala Tannir, Laura Maeran ed Erica Petrillo per la curatela, su Laura Agnesi e Marco Sammicheli per le partecipazioni internazionali e Studio Folder con Matilde Cassani per l’allestimento.

Capsula Mundi, Anna Citelli e Raoul Bretzel

È un concept, quello di Broken Nature, che, come anticipato dalla stessa Antonelli in questi giorni, ha l'obiettivo di sfaldare certezze con la stessa forza con cui i cambiamenti climatici stanno sciogliendo i ghiacciai e aprendo l'umanità a una sorte nuova. Il focus è sulla natura "spezzata", sul posto che l'uomo occupa nel Pianeta, sul destino della Terra irreversibilmente votato all'estinzione. "Che ci estingueremo, è certo" spiega Antonelli, "è soltanto questione di tempo. Il design può però accompagnarci all'estinzione provando a rallentarla. I designer amano le costrizioni, e l'estinzione è un'ottima costrizione".

Llareta #0308-2B31 (Up to 3,000 years old; Atacama Desert, Chile), from The Oldest Living Things in the World by Rachel Sussman

Nel ribaltare certezze e concetti, mettendo in discussione l'antropocentrismo e i suoi corollari sedimentati dal tempo, Antonelli sfida anche i luoghi comuni lessicali. Parla della mostra come di un "festival della sostenibilità", salvo aggiungere di non amare la parola sostenibile e di preferirle "ricostituente". La sfida che il design deve darsi, sostiene, è di accompagnarci all'estinzione in maniera etica, ma anche "elegante e sensuale".

Copyright Pnat s.r.l., 2018

Nel lessico di Antonelli, design e natura sono entità politiche. Nella sua geografia, l'epicentro non è l'Occidente, ma Paesi come il Brasile o interi continenti come l'Africa dove la scienza, la tecnologia e i designer stessi sperimentano approcci e soluzioni alle emergenze che in queste fette di mondo si fanno più pressanti. Il senso dell'urgenza è difatti un altro focus, per "lasciare al visitatore l'idea che dobbiamo ragionare e vivere con la consapevolezza di un tempo lungo, quello in cui si manifestano gli effetti sul Pianeta dei nostri comportamenti". Per questo, per esempio, tra i protagonisti di Broken Nature ci sarà la canadese Kelly Jazvak che con i Plasticglomerates si concentra sui nuovi fossili, ovvero i resti di plastica che non si decompongono e che corrispondono alle tracce indelebili che lasceremo ai posteri, equivalenti a quelle che l'uomo primitivo ha lasciato a noi. Grande e piccola scala, cosmico e quotidiano si sovrappongono e intrecciano in un allestimento che promette di essere un’enorme guida al presente e al futuro, dentro un mare di possibilità con una sola via d'uscita. Sarà una XXII Triennale che, insomma, guarderà al design più come strumento che come contenuto. E forse proprio per questo ci piace già tanto.


PERCHÉ SONO TORNATI I COLORI DI MEMPHIS

PERCHÉ SONO TORNATI I COLORI DI MEMPHIS

di Secondome

In principio fu Memphis: un'esplosione di colore e grafiche Kitsch che doveva rompere gli equilibri del minimalismo spingendo sul pedale dell'eccesso. Quel filo non s'è mai spezzato: piuttosto, è rimasto sottotraccia o riemerso in altri mondi, per esempio il fashion. Oggi, quarant'anni dopo, riaffiora in allestimenti arditi che provano ad andare oltre l'amarcord, riportando in voga uno stile che, nel frattempo, è diventato un linguaggio in grado di mettere in comunicazione design e architettura attraverso le forme più raffinate di urban art.

Sasha Bikoff | Kips Bay Decorator Show House

I zig-zag, i pois, i ghirigori, i triangoli piramidali ritornano per esempio nel progetto di Sasha Bikoff per il Kips Bay Decorator Show House, le scale di un edificio newyorchese che ogni anno dal 1973 sono affidate a un interior designer diverso per un progetto benefico che punta a raccogliere fondi per il doposcuola dei bambini della Grande Mela. Quello di Bikoff è un vero e proprio sogno in technicolor, una vertigine mozzafiato e zeppa di riferimenti al postmodernismo italiano che la designer americana dichiara di amare. E forse non è un caso che sia italiano (e spagnolo) lo studio ilmiodesign che ha firmato il Paradiso Ibiza Art Hotel ispirato nella palette a Ettore Sottsass. Un albergo che pesca indietro fino a Memphis con in mente un obiettivo ben preciso: l'”instagrammabilità” degli interni e degli spazi outdoor.

Camille Walala | Paradise hotel 

a spettacolarità delle immagini e la loro fotogenicità hanno, in effetti, dato una spinta fortissima al rilancio dei colori di Memphis come quelli dell'Art Deco. Se il valore di un progetto d'interni si misura - e, che piaccia o no, ormai è così - anche o soprattutto dalle sue performance on line, allora le palette irriverenti, giocose e ironiche degli anni Ottanta sono perfette per lasciare il segno. Meglio ancora se mischiate a segni che rimandano, per esempio, alla tribù Ndebele del Sud Africa a all’arte di Victor Vasarely, come succede in certi artwork potenti e immaginifici di Camille Walala.

Si tratta, probabilmente, della designer che più di tutti, e con forza, sta ripescando i codici di Memphis provando, allo stesso tempo, a spingersi oltre il semplice ricordo e l'omaggio calligrafico. Il tratto di Walala è inconfondibile: un segno optical e psichedelico che mischia suggestioni diverse. Definire graphic designer la creativa nata in Francia e attiva da Londra in tutto il mondo - ha collaborato anche con Armani, lavorando a una campagna pubblicitaria - è come minimo riduttivo: i suoi interventi sono una rilettura dello spazio attraverso design, grafica e architettura mescolati in una cifra tale da generare un risultato in cui ogni singola componente non è separabile, ma va letta nel complesso.

Camille Walala | Villaggio in Tanzania

E questo sia che si tratti di un boutique hotel a Mauritius o di un intero villaggio in Tanzania sia che la mano dell'artista sia passata sulla facciata di un ex edificio industriale a Brooklyn. Il migliore omaggio che si rende ai maestri, insomma, non è semplicemente riprendere il loro linguaggio, ma portarlo nel proprio tempo. Possibilmente, guardando al futuro.


SESSANT'ANNI DI GUGGENHEIM, LA "PALLA DI FANGO" CHE CAMBIÒ L'ARCHITETTURA

SESSANT'ANNI DI GUGGENHEIM, LA "PALLA DI FANGO" CHE CAMBIÒ L'ARCHITETTURA

di Secondome

Una festa in piena regola, per celebrare l'architettura e il design attraverso un capolavoro che, in questo 2019, compie sessant'anni. Apriva le porte il 21 ottobre del 1959, il Solomon R. Guggenheim Museum di New York, lungo quel Museum Mile nell'Upper East Side che è la zona al mondo con la più alta concentrazione di istituzioni culturali. Da allora, la ziqqurat rovesciata di Frank Lloyd Wright è una tappa imperdibile per gli appassionati di arte e architettura, e lo sarà a maggior ragione quest'anno, con un calendario speciale che prevede l'apertura sette giorni su sette, interventi di storici e critici, mostre dedicate e una serie di tour guidati alla scoperta della storia e dell'architettura di questo edificio simbolo.

Un simbolo acquisito non soltanto della Grande Mela, ma anche delle sfide che l'architettura può intraprendere contro le convenzioni e il gusto dominante. Oggi che il Guggenheim fa parte - dal 2008 - del National Historical Landmark americano, ed è candidato - dal 2015 - a entrare nella World Heritage List dell'Unesco, è difficile immaginare che i vent'anni in cui Lloyd Wright portò alla luce il suo capolavoro furono punteggiati di polemiche e invettive contro il progetto che via via si svelava alla città. Quella lanciata da Lloyd Wright era in effetti quasi una provocazione: la sua creatura fu pensata come un organismo volutamente estraneo ai principi architettonici di Manhattan, che l'architetto non amava. Dalla forma al materiale impiegato, il cemento armato, tutto collocava il progetto anni luce distante dall'estetica del blocks della Grande Mela. E infatti le polemiche non tardarono ad arrivare. "Molto prima della sua apertura, il Guggenheim divenne un argomento di pubblico dominio. Giornalisti, critici e semplici cittadini si sbizzarrirono per trovare il nickname più adeguato: 'Un piatto di fiocchi d’avena capovolto', 'una lavatrice', 'un lavatoio', 'un grande, bianco congelatore per gelati', un 'orribile avocado-burger hollywoodiano'". Lo ricorda Gabriele Neri in un bel libro di pochi anni fa scritto per i tipi di Quodlibet, Caricature architettoniche, che vale la pena citare ancora: "In un noto articolo pubblicato sul New Yorker, Lewis Mumford lo associò a 'un gigantesco porta-pillole', mentre comuni erano commenti come il seguente, tratto dal New York Mirror: 'Il museo è una delle mostruosità più raggianti di Frank Lloyd Wright. All’esterno sembra una palla di fango. Questa specie di alveare non è adatto a nessun luogo di New York. Beh, eccolo, un edificio che dovrebbe essere messo in un museo per mostrare quanto è folle il ventesimo secolo”.

 

Non solo: per Wright fu molto difficile ottenere il benestare delle autorità competenti, dal momento che l’edificio violava in svariati punti la normativa del regolamento edilizio locale.

Sempre Neri ricorda il titolo del New York Times del 25 ottobre 1959, pochi giorni dopo l’inaugurazione del museo, che sintetizzava tutte le critiche all'opera con un ricorrente gioco di parole, ispiratore anche di alcune vignette satiriche: 'That Museum: Wright or Wrong?'. Il sottotitolo aggiungeva: 'È un museo, o un monumento a Mr. Wright?'.

Insomma, le polemiche e la satira contro i progetti di archistar contemporanee considerati sopra le righe non sono esattamente una novità, piuttosto, come rivelano queste vicende, la replica di un copione vecchio almeno di sessant'anni. Un copione che si può ripercorrere fino al 31 dicembre proprio al Guggenheim di New York, lungo la Quinta Strada, magari gustando una delle portate che il ristorante The Wright, ospitato nel museo, servirà in questi mesi, dedicate ai fondatori del museo e allo stesso Lloyd Wright.

Photo: David M. Heald
© The Solomon R. Guggenheim Foundation, New York


FUSION, LA SCOMMESSA DI MILLIM STUDIO E SECONDOME VINCE IL WALLPAPER AWARD

FUSION, LA SCOMMESSA DI MILLIM STUDIO E SECONDOME VINCE IL WALLPAPER AWARD

di Secondome

Sperimentare ripaga. Spingere in alto l'asticella della ricerca dà frutti importanti. Lavorare con la materia e i materiali, proporre accostamenti arditi, progettare una scena inedita e ancora insondata: nell'universo del design, scommettere è una scelta che può davvero portare alla giusta visibilità.

Wallpaper* 

Così, succede che il lavoro di squadra di una gallerista e talent scout con uno studio di creativi giovane e già quotato si aggiudichi, oggi, un riconoscimento importante come il Wallpaper Award: il premio che ogni anno a febbraio la prestigiosa rivista inglese assegna al meglio della scena mondiale del design, dell'architettura e del fashion.

Parliamo di Fusion, la seduta dei Millim Studio che Secondome di Claudia Pignatale ha portato all'ultima Milano Design Week lo scorso aprile negli spazi del Futuredome all'interno di Match, l'allestimento - che includeva il tavolo Atlas di un altro duo di creativi, Hillsideout - con pezzi nati per "sposare" materiali diversi, quasi opposti, realizzando un'unione improbabile e perciò carica di suggestioni inedite. Un Match, appunto, con il duplice significato di incontro e scontro tra mondi paralleli uniti dalla creatività.

Match | Fuorisalone 2018

La giuria che ha assegnato il premio a Fusion per la categoria Best Dream Factory era composta da Bjarke Ingles e Paola Antonelli, Neneh Cherry e Philippe Malouin, Do Ho Suh e Davide Korins. Tutte "eminenze" affascinate da un progetto che ha fuso insieme il marmo, con i suoi infiniti dettagli come infinite sono le sue venature, e il plexiglass, con le sue caratteristiche di limpidezza e distorsione. Peso e leggerezza, solidità e trasparenza, natura e artificio in un unico pezzo.

Fusion bench

I Millim Studio sono Chiara Pellicano ed Edoardo Giammarioli, entrambi classe 1989, di stanza a Roma, nello stesso distretto creativo che ospita Secondome. Neanche trentenni, i due designer che avevano debuttato nel 2016 a Operæ, il festival del design indipendente di Torino, con la collezione di oggetti in sapone Lava i tuoi peccati, declinazione ironica dei sette vizi capitali, portano nel mondo del design italiano e internazionale il loro approccio millennial e multidisciplinare che mette al centro dell'ispirazione sentimenti, umori e desideri per tradurli in cultura del progetto. "Eravamo affascinati dal concetto di fusione, che volevamo legare al senso di scoperta. Volevamo fondere per svelare, avevamo dunque bisogno di un materiale pieno che si lasciasse esplorare dall’interno e di una lente che potesse amplificare ciò che normalmente siamo abituati a vedere". Fusion, insomma, è nato per stupire. E a quanto pare ce l'ha fatta.


LEGGEREZZA E IRONIA, IL SECOLO LUNGO DI CASTIGLIONI ALLA TRIENNALE

LEGGEREZZA E IRONIA, IL SECOLO LUNGO DI CASTIGLIONI ALLA TRIENNALE

di Secondome

Nel segno della leggerezza. Non era semplice allestire la retrospettiva su Achille Castiglioni per il centenario del padre del design italiano e farne un’esperienza che fosse allo stesso tempo scientifica e godibile, ironica al punto giusto come ironico, del resto, è stato l’approccio al design di Achille.

“A Castiglioni”, fino al 20 gennaio alla Triennale di Milano, è un viaggio nella sterminata produzione del “Cicci”, come lo chiamavano affettuosamente familiari, amici e colleghi, attraverso il suo “secolo lungo”, strutturata dalle curatrici Patricia Urquiola e Federica Sala in maniera insolita: non come un percorso cronologico, ma come un allestimento per cluster tematici, in cui un progetto ne richiama altri di periodi differenti. La genialità di Achille – e dei fratelli Livio e Pier Giacomo – portava infatti il designer a sviluppare idee che germinavano da altre idee, anche lontane nel tempo tra di loro.

Ecco allora che nei diversi ambienti della Triennale si possono ammirare le creazioni di Achille raggruppate non per periodo, ma per contiguità progettuale, secondo un’idea di allestimento per rizomi, ovvero quelle figure geometriche impossibili teorizzate da Gilles Deleuze e Félix Guattari che collegano un punto qualsiasi con un altro punto, senza che ciascuno di questi rimandi ad altri dello stesso genere. In pratica, un caos apparente che in realtà nasconde sottotraccia il fil rouge della creatività evitando le gerarchie, soprattutto le più scontate. I cluster sono venti, spiega Federica Sala, e sono veri e propri microcosmi in cui avventurarsi senza un preciso percorso, passando da una parte all’altra qualsiasi. Un’idea di allestimento contemporanea e immersiva, in linea con l’approccio più esperienziale e meno didascalico alla cultura.

In mostra ci sono oltre duecento oggetti da Alessi a Zanotta passando per Flos e gli altri marchi storici con cui Castiglioni ha collaborato. E ci sono anche architetture e allestimenti per showroom, fiere ed esposizioni. Keep it simple è la sezione con alcune lampade storiche del nostro design: Tubino, Luminator, Parentesi. A quest’ultima è dedicata l’installazione Traparentesi creata da Studio Urquiola con Flos e che vede cento esemplari attivarsi davanti al pubblico, accompagnati dalla voce registrata dello stesso Castiglioni e dal rumore di oggetti quotidiani. Nel  cluster Ready Making, Sony Design reinterpreta con la tecnologia le icone Toio e Lampadina e gli sgabelli Sella e Mezzadro.

Il lavoro di curatela ha portato Urquiola e Sala a trascorrere mesi prima nella Fondazione Achille Castiglioni e successivamente in molti altri archivi storici, aziendali e non, “alla ricerca di reperti poco conosciuti e tasselli mancanti per raccontare una figura così complessa”, spiega Federica.

Il risultato è un viaggio nel genio di un uomo e nel made in Italy, ma anche un percorso illuminante che accende nella mente del visitatore, se non la scintilla creativa, almeno un’idea di come l’intuizione arriva e cresce fino a diventare design compiuto.

Foto: Gianluca Di Iola


ELENA SALMISTRARO, RACCONTACI UNA FIABA

ELENA SALMISTRARO, RACCONTACI UNA FIABA

di Secondome

Dall'illustrazione al design, come in una fiaba ancestrale che parla all'uomo per rivelargli le sue origini, il suo senso e il suo destino.

Ci sono i primati, le creature primitive che ricordano all'uomo la sua natura animale. C'è la Contessa Florinda, il totem di una donna che non vuole invecchiare e si abbandona alla chirurgia estetica fino a estenuare il proprio aspetto in una figura grottesca e a suo modo poetica. Ci sono le lampade colorate omaggio a Giorgio Morandi e c'è Polifemo, dove l'occhio del gigante diventano le ante di una credenza ispirata al passato e completamente reinterpretata in chiave contemporanea, quasi a diventare uno scrigno di segreti e memorie.

Sembrano usciti dalle favole le creazioni di Elena Salmistraro, opere in cui gioco, ironia e riflessione prendono la forma e i colori di pezzi dal decor singolare e coloratissimo. Tutte collezioni che in sei anni - dal debutto al Fuorisalone di Milano nel 2012 - a oggi hanno fatto di questa designer milanese nata 35 anni fa un caso in Italia e all'estero.

Una mostra a Milano,  nello showroom di Cc-Tapis, a cura di Valentina Guidi Ottobri e in collaborazione con Seletti, Bosa, Stone Italia, Lithea, SecondoMe, DeCastelli, London Art e Camp Design Gallery - tutti brand con cui Salmistraro ha all'attivo collaborazioni - è l'occasione fino al 26 ottobre per esplorare questa poetica e il modo in cui si traduce in oggetti che sembrano arrivare da un passato senza tempo e rappresentano un unicum nel panorama della creatività italiana.

La prima caratteristica che rende Salmistraro quasi un caso a parte nella scena del nostro design è che tutto inizia da un'illustrazione e via via prende la strada di una creazione materica che, attraverso pattern, creature zoomorfe e geometrie, si impone agli occhi con una carica sorprendente di colori ed espressività, accompagnando lo sguardo verso finiture e dettagli preziosi.

Già i primi esperimenti di Elena, lampade in cartapesta e il divano Deux Ames, lasciavano intendere la piega che avrebbe preso il suo lavoro. Ancora più rivelatore il passaggio al Jacroki, un tessuto naturale, per poi arrivare alla ceramica e via via misurarsi con quanti più materiali possibili, in una ricerca e in un gioco continui, alimentati dalla consapevolezza che "gli oggetti stavano diventando i miei soggetti preferiti", come ha detto una volta.

Dalle prime autoproduzioni - che sei anni fa l'hanno portata al Fuorisalone - a oggi, c'è tutta la vertigine di una creativa i cui pezzi stanno già girando il mondo grazie alla mostra The New Italian Design, a cura di Silvana Annichiarico e Andrea Branzi.

La mostra è articolata in due stanze ed è una full immersion in prodotti di ogni genere, dai vasi ai tappeti, che ambiscono a diventare icone. E in qualche caso già lo sono.

credit: Photo by Juliano Araujo


HOMO FABER: QUANDO L'ARTIGIANO DIVENTA ARTISTA

HOMO FABER: QUANDO L'ARTIGIANO DIVENTA ARTISTA

di Secondome

Dal 14 al 30 settembre, la Fondazione Cini sull’Isola di San Giorgio Maggiore a Venezia ospita Homo Faber. Crafting a more human future, la mostra/evento promossa dalla Michelangelo Faoundation for Creativity and Craftsmanship di Ginevra, in collaborazione con a Fondation Bettencourt Schueller, il Triennale Design Museum e la Fondazione Cologni dei Mestieri d’Arte.

Creativity and Craftmanship a cura di Michele De Lucchi |  PH Alessandra Chemollo

Michele De Lucchi, Judith Clark, Jean Blanchaert, Stefano Boeri, India Madhavi sono alcune delle personalità provenienti dal mondo dell’architettura, del design e della moda che hanno curato le numerose sezioni della mostra.

Homo Faber riporta alla luce l’eccellenza della produzione artigianale europea, riunendo in 4.000 metri quadri, tra biblioteche, chiostri e gallerie della Fondazione Giorgio Cini, 400 artigiani e 900 oggetti. Questi numeri fanno di Homo Faber la mostra più grande che sia mai stata realizzata sull’artigianato, ma anche un evento a cui il pubblico è chiamato a partecipare con dimostrazioni dal vivo, laboratori, installazioni e conferenze.

Tavole a specchio - Natura morta | Massimo Lunardon 

L’iniziativa è volta a far rivivere il lavoro artigianale, una celebrazione dell’atto creativo e manuale dell’uomo in tutte le sue forme, rievocando il movimento delle arti applicate e dell’alto artigianato a metà tra la vita quotidiana e il mondo dell’arte. In mostra oggetti che sempre di più, per la loro unicità e ricercatezza, incarnano il desiderio del pubblico ormai troppo abituato a produzioni in serie.

La mostra si articola in 16 sezioni tematiche che esplorano materiali, tecniche e maestri del design e dell’arte. Il pubblico, attraverso fotografie e realtà virtuale, viene “accolto” nelle botteghe e nei laboratori dei più importanti maestri gioiellieri, designer, artigiani e sarti d’alta moda. Sono infatti tantissime le sfumature in cui si articola Homo Faber. Nel Chiostro dei Cipressi Susanna Pozzoli ha curato Venetian Way, una rassegna fotografica che porta il visitatore nel cuore dei laboratori di 21 artigiani veneti.

Best of Europe a cura di Jean Blanchaert e Stefano Boeri | PH Stefano Boeri architetti

Jean Blanchaert e Stefano Boeri hanno curato Best of Europe, un’accurata selezione di oltre 300 oggetti realizzati da artisti-artigiani europei, dalle ceramiche italiane alla pelletteria spagnola, dalle porcellane francesi ai vetri tedeschi. Tra loro Massimo Lunardon, con le sue nature morte poste su sottilissime lastre, in vetro soffiato color argento, crea giochi di riflessi e forme specchiate.

Del rapporto tra design e artigianato racconta Designer e Maestri (Creativity and Craftsmanship) nel Cenacolo Palladiano, curata da Michele de Lucchi, in cui 8 designer internazionali sono chiamati a collaborare con artigiani europei. Da questa unione sono nati 8 progetti inediti elaborati su un unico tema dato da De Lucchi: il tabernacolo.

Tantissime altre le mostre come Talenti Rari, Architetture Immaginarie, Scoprire… e Riscoprire, Evoluzione della forma, Doppia Firma, sempre pensate come esperienze vere e proprie per il pubblico, facendo di Homo Faber un’ode all’artigianalità, che mette in luce non solo l’oggetto finito ma anche il processo creativo, gli utensili, i materiali e i gesti di quello che è un vero e proprio atto artistico.


MERAVIGLIE MILANESI: L'OMAGGIO DI CINO ZUCCHI A CACCIA DOMINIONI

MERAVIGLIE MILANESI: L'OMAGGIO DI CINO ZUCCHI A CACCIA DOMINIONI

di Secondome

C'è una cupola ellittica, sezionata da piani verticali che la intersecano generando archi ribassati, e penetrata da lame verticali che fungono da ingresso, ad attendere i visitatori del Padiglione Centrale ai Giardini della Biennale in Laguna. All'interno, si spalanca una piccola grande meraviglia della rassegna veneziana: l'omaggio che Cino Zucchi e il suo studio tributano a Luigi Caccia Dominioni e alla Milano uscita dal tratto del maestro scomparso due anni fa.

L'allestimento è dedicato in particolare al complesso di corso Italia tirato su tra il 1957 e il 1961 ed esplora grande e piccola scala, tra plastici che contestualizzano l'opera nel tessuto di una città che rinasceva dal Dopoguerra e viveva il boom, e le immagini - il reportage fotografico è dello stesso Zucchi, quasi un atto d'amore per il maestro e la sua lezione - che restituiscono la forza e il valore di materiali, colori, texture, di affacci sulla pubblica via e spazi condominiali.

"Sapevamo che Zucchi aveva conosciuto il grande architetto e questo suo rapporto privilegiato, insieme all'esperienza che può vantare in ambito professionale e accademico, ci è parso offrissero un'occasione unica per una 'rilettura' delle opere di Caccia Dominioni", spiegano Yvonne Farrell e Shelley McNamara, le architette irlandesi curatrici di questa Biennale cui hanno assegnato il tema del Freespace e della generosità dell'architettura. "Per Cino Zucchi l'architettura è il fondale prediletto delle nostre esistenze. Il suo metodo di architetto lo fa interprete di un approccio eclettico, fatto non di sola analisi né di sola invenzione, in cui abitudini e cultura filtrano i dati grezzi del fare architettura e i valori dichiarati sono urbanità, bellezza della città e responsabilità ambientale". Zucchi indaga l'opera di Caccia Dominioni organizzandola in tre gruppi distinti: le facciate sono gli schermi abitati all'interno della città, gli spazi interni le cavità scolpite dalla luce e dal movimento. E poi ci sono i dettagli: intrecci narrativi tra materiali e forma cui Zucchi aggiunge le sue citazioni, dallo stucco rosso pompeiano alle pareti interne della cupola al raffinato lampadario a grappolo.

Una lezione su una lezione, quella di Zucchi, che non a caso parla di "sottile effetto pedagogico" a proposito di questa riscoperta, come pure di "approccio etico" di Caccia Dominioni. "Tutti i suoi progetti" spiega Zucchi "formano ciascuno un caso specifico che richiede soluzioni peculiari, e le cui limitazioni accendono l'arguzia artistica dell'autore, generando spazi o figure meravigliose capaci di risolvere con apparente candore la varietà delle condizioni alle quali devono rispondere".

Una meraviglia che non a caso l'allestimento ha scolpita pure nel nome: Everyday Wonders.

Immagini © CZA - Cino Zucchi Architetti


LA BIENNALE "POLITICA" DEL FREESPACE IN CINQUE PADIGLIONI

LA BIENNALE "POLITICA" DEL FREESPACE IN CINQUE PADIGLIONI

di Secondome

L'agorà pubblica che l'Europa non ha e dovrebbe darsi. Muri che cadono e ponti che collegano spazi e culture. Corridoi angusti che simboleggiano la scarsità del suolo pubblico rimasto a disposizione dei cittadini. E poi ancora complessi di edilizia popolare fatiscenti in corso di abbattimento ma che si vogliono salvare. Si scrive Freespace, si legge politica: una politica nel senso più alto e nobile della parola.

Non era scontato che dopo la Biennale diretta da Alejandro Aravena, l'archistar che ha a cuore le favelas, un'altra rassegna "impegnata" si sarebbe dipanata tra l'Arsenale e i Giardini della Laguna. Invece è andata proprio così: nei suoi allestimenti più riusciti, la Biennale di Grafton, lo studio irlandese delle curatrici Yvonne Farrell e Shelley McNamara, finisce per lanciare al mondo un messaggio in bottiglia che parla di democrazia, di barriere da abbattere, di convivenza civile. Tutte conquiste che l'architettura può e deve contribuire a raggiungere.

Unbuilding walls © Jan Bitter - Padiglione tedesco

Intendiamoci: il tema scelto da Grafton, Freespace, è stato interpretato dai sessantatré Paesi e dagli studi di architettura ospiti in maniera profondamente diversa l'una dall'altra. E spesso con modalità più classiche - plastici, modelli - che non attraverso le installazioni e il loro linguaggio emozionale cui ci siamo abituati da tempo. Se però una linea emerge tra le tante, è proprio quella di un appello a recuperare l'architettura come strumento per assicurare al mondo spazi di qualità e di libertà. Il Freespace di Grafton, perciò, il tema che le due architette hanno lanciato un anno fa con un Manifesto e assegnato ai partecipanti, rappresenta davvero"la generosità di spirito e il senso di umanità che l'architettura colloca al centro dell'agenda", "l'invito a riesaminare il nostro modo di pensare, stimolando nuovi modi di vedere il mondo e di inventare soluzioni in cui l’architettura provvede al benessere e alla dignità di ogni abitante di questo fragile pianeta".

Ma come viene interpretato il Freespace in questi allestimenti "politici"?

Eurotopie © Philippe Braquenier - Padiglione belga

Il Belgio, innanzitutto, ha trasformato il suo padiglione in una piazza blu come la bandiera europea, strutturandola con una serie di gradoni da attraversare da una parte all'altra ed evocando quell'agorà pubblica, votata al confronto tra Stati e popoli, che probabilmente l'Unione in crisi non ha mai avuto. Non a caso l'installazione si chiama Eurotopie.

Ai muri che cadono e agli spazi da ricucire che lasciano, e dunque a un mondo tutto da esplorare per l'architettura, è dedicato invece l'allestimento della Germania Unbuilding Walls, che peraltro recupera il filo dell'ultima edizione, quando Berlino si concentrò sull'integrazione degli immigrati. Con spirito simile, l'Ungheria racconta in Liberty Bridges il sogno dell'inclusione europea ricreando un ponte che conduce i visitatori in cima al padiglione.

Non meno impegnato è il padiglione francese, in cui i curatori di Infinite Places ricreano uno spazio fisico e metaforico che rimanda allo scambio culturale e libero da condizionamenti, a partire da quelli economici. In pratica, l'allestimento racconta dieci architetture abbandonate e riconquistate da cittadini che li hanno trasformati in seconda casa.

Infinite Places © Irene Fanizza - Padiglione francese

Quasi commovente, fuori dai padiglioni nazionali, è poi il progetto speciale a cura della Biennale con il Victoria and Albert Museum che ricrea nella facciata della Sala d'Armi all'Arsenale una porzione dei Robin Hood Gardens, il complesso di case popolari sorto a Londra negli anni 70 in stile brutalista e in corso di abbattimento. E se non è politica una Biennale che celebra Robin Hood e le sue case...


GIO TIROTTO, RITO E MITO NEL DESIGN

GIO TIROTTO, RITO E MITO NEL DESIGN

Secondome intervista Gio Tirotto

Il progetto prima di ogni cosa. Il design per emozionare. L’arte come un faro. Abbiamo rivolto qualche domanda a Gio Tirotto.

Chi è Gio Tirotto?
“Gio Tirotto è un artigiano dell’idea”.

Che cosa vuol dire oggi essere un designer?
“Significa credere tanto nel progetto, cioè nella profonda importanza che il contenuto progettuale ha all’interno della logica realizzativa. Questa credo sia l’unica strada possibile per arrivare alla creazione di un’opera che rimanga nel tempo”.

Coexist Mod Ground & Mod Sky

Che cosa vuol dire oggi essere un designer di 37 anni? Esiste quello che alcuni chiamano Millennial design ovvero un approccio diverso alla creatività da parte della tua generazione? Se sì, te ne senti portavoce?
“Non saprei con certezza. È una domanda molto difficile. Io provo quotidianamente a portare la mia ricerca in produzione, che sia per aziende o per interni privati, ma non so dire se il mio è Millennial design... L’approccio al progetto che oggi esprimo l’ho imparato dai maestri, sui libri e negli studi dove ho collaborato, dapprima l’ho rispettato e poi, col tempo, l’ho appreso, cercando di tramutarlo nel mio metodo creativo che oggi è rappresentato nel modo più sincero possibile da ciò che negli ultimi dieci anni ho prodotto”.

Hanno scritto di te che vuoi ricreare la complicità tra uomini e oggetti. L'emozione è la nuova funzione?
“Sì. Per me emozionare viene prima di tutto. Un oggetto emoziona quando racchiude il migliore equilibrio possibile tra funzionalità, messaggio e forma. Sono queste le caratteristiche che creano complicità tra uomo e oggetto, imprescindibili nel mio linguaggio artistico”.

Disarmante

Questo è l'anno di Achille Castiglioni. Quanto conta questa figura nel tuo lavoro?
“Tanto. Dal giorno che l’ho conosciuto (non di persona purtroppo) è diventato la colonna portante della mia voglia di fare il designer. Ultimamente ho disegnato Ammuraggio (nome che appunto sottolinea questo mio legame, vedi Allunaggio per Zanotta), un arredo da giardino che si ispira al suo insegnamento, l’accorgersi dei comportamenti e del sottolinearli attraverso l’oggetto”.

Parli di riti, qualcosa che nella società di oggi è completamente cambiato: non ci sono più riti di passaggio e sempre meno pratiche condivise. Dove trovi oggi i tuoi cenacoli per scambiare idee e trovare spunti, suggestioni?
“I cenacoli sono infiniti, io mi trovo a fare ricerca sempre durante il giorno, non ne posso fare a meno, credo che sia anche una questione di carattere oltre che di passione (è diventata la scusa per fare il profilo instagram!). Forse anche Ryto, il liquore che da qualche anno produco, è sicuramente l’artefice dei cenacoli più creativi e stimolanti che vivo. Viaggiare per presentarlo e raccontarlo mi fa conoscere gente nuova e interessante ogni settimana che, seppur da un punto di vista non prettamente di design, mi stimola al progetto. Ripeto: tutto suggestiona, più arte c’è e meglio è”.

Ryto

Due progetti non tuoi che hai amato di recente?
“Se parliamo di progetti, e non solo di prodotto/oggetto, mi viene alla mente Una stanza tutta per sé di Cantiere Galli, un progetto di allestimento temporaneo ben fatto ed interessante, dove si affronta il progetto di interior nel profondo del suo contenuto carpendone il significato anche da una singola fotografia. L’altro progetto che ho amato di recente è la collezione P.O.P., piccoli oggetti possibili degli Zaven per Galleria Luisa delle Piane, una ricerca che sovrappone perfettamente grafica e funzione, da cui esce arte da tutti i pori. Bravissimi”.

A che cosa stai lavorando per i prossimi mesi?
“Sto creando una nuova collezione di rivestimenti in ceramica. Da qualche anno faccio sperimentazione in questo settore e ora credo di aver portato la mia idea ad un buon livello realizzativo e produttivo. Il progetto affronta il classico tema dei materiali naturali, reinterpretandoli, anzi, completamente reinventandoli attraverso la matericità delle decorazioni superficiali che ho scelto di utilizzare”.